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di Laura Aldorisio

Corriere della Sera, 14 aprile 2025

Organizzati laboratori settimanali, grazie a Taralleria Napoletana, per i giovani detenuti nei quali si impara l’antica tradizione artigianale del prodotto da forno. Quaranta taralli per teglia e ogni tarallo è un mondo a sé: per forma, per elasticità dell’impasto e per consistenza. È un inno napoletano il tarallo, con mandorle intere e pepe. E la ricetta è una tradizione che ora passa anche dalle mani dei ragazzi detenuti a Nisida. Leopoldo Infante, l’imprenditore della Taralleria Napoletana, non ne è geloso e l’ha condivisa. Tre ore di laboratorio a settimana durante le quali i ragazzi imparano il mestiere del tarallaro, aiutati da chi lavora con Infante e ne conosce i segreti.

Lui, appena gli impegni in azienda glielo concedono, varca la soglia del carcere minorile che vede dalle sue sbarre tutto il Golfo. “Cerco sempre di partecipare in prima persona perché si insegna il mestiere, ma non è solo questo. Si chiacchiera anche di vita, dello scoraggiamento verso il futuro, della possibilità di trovare un lavoro e si trasmettono dinamiche mentali differenti. Fare i taralli significa piegarsi a una certa ripetitività ma, soprattutto, poter acquisire grande precisione, manualità, flessibilità e ogni pezzetto che si mette in teglia è un pezzetto di vero artigianato napoletano”. Infante è uno di quegli imprenditori che vede il bene come il fare il bene perché, racconta, crede che questo progetto possa aiutarlo a trovare quella manodopera specializzata che è sempre più difficile da scovare tra le vie di Napoli. Anche questa ragione lo ha convinto ad accettare la proposta del laboratorio, realizzato grazie alla Scuola dei mestieri e dei talenti di Consvip con sede a Secondigliano.

“Posso contare sulle dita di una mano chi veramente sa fare questo mestiere. Posso addirittura dirti chi ha fatto il tarallo in base alla forma. Devo dire che ho provato anche a realizzare un macchinario industriale per poter rispondere alla domanda sempre più pressante del mercato, ma la tipologia del nostro impasto non lo consente. Così, ho veramente bisogno di tramandare la tradizione perché la nostra storia, ormai alla terza generazione, non abbia fine”. Infante tiene negli occhi la ricetta del nonno, che gli raccontava sempre come il tarallo nascesse dagli scarti del panettiere e per salarlo si bagnava nell’acqua di mare, tanto era un cibo destinato ai più poveri. Poi, nel tempo, è diventato il simbolo della festa nei bassi napoletani, accompagnato da vino e musica. “L’intreccio del tarallo racconta di per sé la storia di una grande condivisione di persone”. Si ricorda il nonno che li preparava con le mandorle, il pepe, la sogna e li vendeva con il suo carrellino. Oggi tutto questo è rimasto ed è talmente forte da poter accogliere alcune innovazioni, dal tarallo vegan, a quello senza glutine. Con tutto questo bagaglio di anni e di nuove sfide incontra i ragazzi di Nisida: “Uno mi ha sorpreso in modo particolare. Era burbero, titubante e impastava controvoglia. Mi sono messo di fianco per aiutarlo nella tecnica. A mano a mano ha iniziato a interagire, il volto si è fatto meno duro e a fine lezione mi ha chiesto: torni la prossima settimana?”.