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di Elena Scarici

Corriere del Mezzogiorno, 17 settembre 2024

Una piantagione di caffè nel carcere di Secondigliano. È uno degli obiettivi del progetto “Un chicco di speranza”, programma di reinserimento per detenuti del penitenziario a nord di Napoli, che vede insieme Kimbo, azienda leader del settore, il carcere e la Diocesi, presentato ieri mattina. Il programma prevede di insegnare ai reclusi l’arte di preparare il caffè; come lavorare il terreno e coltivare il chicco, affinché un domani possa nascere “il caffè di Secondigliano”. La piantagione vedrà la luce su un terreno di 10 mila mq, situata all’interno dell’istituto penitenziario. Per realizzarla è previsto il coinvolgimento del Dipartimento di Agraria della Federico II per capire quale sia il tipo di pianta di caffè più adatta alle potenzialità organolettiche del terreno. “Questa miscela si chiamerà “caffè di Secondigliano” - ha sottolineato il presidente di Kimbo, Mario Rubino - ci vorrà del tempo affinché possa crescere ed essere raccolto, ma abbiamo voluto piantare questo seme di speranza in un luogo dove tanta fortuna non c’è. Speriamo che questo campo incolto diventi il campo dei miracoli, che diventi il primo momento di rinascita”. Primo step del progetto “Un chicco di speranza” è la formazione dei detenuti. In 10 avranno la possibilità di essere preparati come baristi ma anche come manutentori tecnici. Infatti, sarà allestito all’interno dell’istituto un magazzino ricambi per le macchine da bar da riparare e rigenerare con la possibilità per i detenuti in semi libertà di prelevare e riconsegnare la strumentazione nei punti vendita. Un esempio importante da parte della Kimbo, azienda del territorio che offre un’opportunità al mondo carcerario, potrebbe fare da apripista per altri imprenditori locali, così come sottolineato anche dalla direttrice della struttura detentiva, Giulia Russo.

“Attraverso le best practice lavoriamo per passare dalla rieducazione del condannato, mission dell’amministrazione penitenziaria, alla risocializzazione, per arrivare alla riabilitazione partendo da un presupposto saldo: i detenuti ritornano cittadini. Questo progetto si anima su tre direttrici - ha evidenziato Russo - la formazione professionale, la realizzazione di un laboratorio specifico che inseriremo nel nostro polo di arti e mestieri che abbiamo qui già da due anni e la lavorazione del terreno per la creazione di un chicco di caffè tutto nostro”. Al fianco ci sarà anche la magistratura di sorveglianza che vigilerà e supporterà le attività e gli spostamenti dei detenuti. “Dietro alla filosofia di questo progetto ci sono nomi e volti e oggi con questo protocollo diamo inizio alla concretezza di una speranza vera e autentica per questi ragazzi, per trasformare sempre e comunque il disagio in risorsa, la fragilità in opportunità”, ha detto l’arcivescovo Battaglia. Ai lavori ha preso parte anche Antonio Mattone, direttore dell’ufficio per la pastorale sociale e del lavoro della Diocesi.