di Walter Medolla
Corriere della Sera, 25 settembre 2024
Recupero, formazione, avviamento al lavoro, reinserimento e, dunque, dignità di vita. Tutto in una pianta di caffè. Anzi: dalla pianta alla tazzina, in un processo virtuoso che crea legami e opportunità. Si chiama “Un chicco di speranza” ed è il progetto di reinserimento per persone detenute nato dalla collaborazione tra Kimbo, colosso italiano della produzione di caffè, la Curia di Napoli, i vertici del carcere napoletano di Secondigliano e il Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Formare, proprio nella città della “tazzulella”, nuovo personale proponendo loro un percorso che vuole consentire la rieducazione come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. La sfida riguarda dieci detenuti dell’istituto penale partenopeo.
Davide, Pasquale, Ciro e gli altri “ospiti” di Secondigliano inizieranno sin da subito a uscire dalle proprie celle per imparare tutto su quel chicco che offre loro una grande possibilità. Lo faranno nel Kimbo Training Center, un vero e proprio laboratorio di studio e ricerca che sorge all’interno dello stabilimento di produzione del caffè, stabilimento che dista poche centinaia di metri dal carcere napoletano. Vicini di casa, insomma, che si sono incontrati e hanno deciso di fare rete e mettere in pratica quelle intenzioni che troppo spesso restano solo buoni propositi.
“Un chicco di speranza” si sviluppa su più fronti e intende organizzare per i detenuti individuati, un’attività di training funzionale alla formazione di figure come il barista e il manutentore tecnico, profili che creano opportunità di lavoro per un futuro reinserimento sociale. Macina, pressa, temperatura esterna e pressione delle macchine; i detenuti scelti per diventare “professionisti del caffè”, impareranno i segreti per fare una tazzina a regola d’arte. “Abbiamo ricevuto tanto spiega Mario Rubino, presidente Kimbo - dalla città di Napoli in 60 anni e più di attività e significativamente siamo e restiamo in questa area della città per manifestare la nostra gratitudine. Se oggi Kimbo è il caffè di Napoli, distribuito in 100 Paesi del mondo, lo dobbiamo anche alle nostre radici. Oggi sentiamo il dovere di restituire a chi ci ha dato tanto e spero di non essere l’unico, proverò a coinvolgere altri imprenditori nella mia visione di benessere e di sostenibilità sociale”.
Un progetto ampio che prevede l’impiego, di una parte dei detenuti individuati, nella manutenzione delle macchine da caffè; d’intesa con i referenti dell’istituto penitenziario, sarà allestito all’interno del carcere un magazzino ricambi per le macchine bar di proprietà di Kimbo da riparare o rigenerare, da utilizzare poi nel settore Horeca.
“Dietro alla filosofia di questo progetto - commenta l’arcivescovo di Napoli, monsignor Domenico Battaglia - ci sono nomi e volti e con la nascita di questo progetto diamo inizio alla concretezza di una speranza vera e autentica. La speranza è fatta di cose che attendono che qualcuno le faccia accadere. Non è facendo terra bruciata attorno a chi ha sbagliato - prosegue Battaglia - che si protegge la società, ma lo si fa costruendo un terreno ospitale, facendo rete tutti insieme”. Un invito a tessere legami, come accaduto in questo caso in cui pubblico, privato, Chiesa e società civile hanno fatto blocco unico per favorire il recupero e il ritorno di chi ha voglia di ricominciare.
Il progetto presentato prevede anche la nascita di una piantagione di caffè sfruttando un terreno di 10mila mq situato all’interno del carcere di Secondigliano. Uno step che vede anche il coinvolgimento del Dipartimento di Agraria dell’università Federico II di Napoli per capire quale sia il tipo di pianta di caffè più adatta alle potenzialità organolettiche del terreno. “Questo è un lavoro che richiederà più tempo - sottolinea Rubino - anche solo per i tempi di crescita della pianta, ma siamo fiduciosi di poter avviare una piccola coltivazione all’interno del carcere così da poter dare vita a un nuovo brand che chiameremo caffè Secondigliano”. Parte attiva del progetto anche la Magistratura di sorveglianza che vigilerà e supporterà le attività e gli spostamenti dei detenuti, anche con l’emissione di provvedimenti eventuali che, nei termini di legge, dovessero rendersi necessari.
Il progetto è partito dall’ufficio del lavoro dell’arcidiocesi che si è adoperato a sensibilizzare la Kimbo affinché proponesse a favore dei detenuti dell’istituto penitenziario di Secondigliano un progetto di formazione e di avviamento al lavoro reale e costruttivo per creare i presupposti di una cittadinanza attiva, e garantire la possibilità, come dimostrano studi e ricerche, di abbattere la recidiva.










