di Vincenzo Morgera, Silvia Ricciardi e Giovanni Salomone
La Repubblica, 7 ottobre 2020
La morte di un ragazzo di 17 anni è sempre una tragedia. Una morte che non avviene per caso, per mano di un giustiziere delia notte, ma per un colpo di pistola sparato da un poliziotto impegnato nel proprio compito di garantire la sicurezza di tutti e che porterà sulla propria coscienza la responsabilità morale, prima che giudiziaria, di aver tolto la vita ad un ragazzo di 17 anni.
Tutto questo avviene in uno scenario di violenza dove il ragazzo è protagonista, con un suo amico appena maggiorenne, di una rapina, e questo, oltre ad essere preoccupante e desolante, pone alla coscienza di tutti noi degli interrogativi che non possono restare senza risposta.
È normale che un minorenne giri alle 3 del mattino con un amico appena maggiorenne, su un motorino rapinato, alla ricerca della preda di turno da sacrificare? Domande pregnanti ad un livello generale, ma che assumono un rilievo ancora maggiore se si pensa che quello stesso ragazzo è già nel circuito penale e sta svolgendo un
programma di messa alla prova. Ecco, se un ragazzo in questa condizione continua ad avere uno stile di vita a dir poco discutibile, bisogna prendere atto che forse qualcosa non ha funzionato, e riflettere anche sull'istituto della messa alla prova, che sta diventando come quel gioco che si faceva da bambini e che torse adesso non va più di moda: "31 salvi tutti".
Anche perché questo episodio è l'ultimo di una lunga serie. Una lunga seria di giovani vite tutte uguali che si spengono come si spengono i riflettori della cronaca accompagnati dalle solite dichiarazioni di rito degli esperti che lasciano ben poco nella coscienza collettiva.
Di certo, e la storia recente ce lo insegna, non restano né lo sdegno né la vergogna di vivere in una città dove lo Stato arretra perché incapace di garantire a questi ragazzi un diritto essenziale come quello alla salute, figuriamoci la prospettiva di una vita diversa.
In questo vuoto la camorra avanza contagiando con i suoi modelli vincenti tanti giovani ragazzi che vivono nell'indifferenza generale. I risultati di questo fallimento sono sotto gli occhi di tutti. Contiamo i morti ma non facciamo l'errore di contare solo quelli stesi a terra, mettiamo nel conto, e facciamolo una buona volta, anche le migliaia di ragazzi che in questa nostra città non hanno nessuna speranza di uscire dalla loro condizione di povertà economica, emotiva e sociale, da questa "non vita".
Parliamo di quei ragazzi che sono dei "morti viventi" perché lasciati soli in famiglie che vivono di illegalità o in povertà, ragazzi lasciati soli da una scuola che non ha timore di lasciare indietro gli ultimi ed infatti molti di loro lasciano la scuola o se arrivano al "pezzo di carta" presentano un altissimo tasso di analfabetismo di ritorno; ragazzi lasciati soli da un sistema di welfare incapace di guardare oltre l'assistenzialismo.
La verità è che attorno a questi ragazzi purtroppo ci sono solo slogan vuoti: una bolla mediatica che ancora oggi è buona per riempire i talk show utili agli esperti di turno per costruirsi carriere e attività. Questa è la verità e se la si vuole cambiare non la si può più tacere.
Senza ipocrisia bisogna avere il coraggio di ammettere il fallimento delie politiche messe in campo per fronteggiare l'attuale devianza minorile, politiche orientate al risparmio, o sarebbe più corretto dire al ribasso, che non tengono conto dei cambiamenti e dell'evoluzione che tale fenomeno ha avuto negli anni.
Soprattutto in termini di investimenti economici e di professionalità nei servizi che accolgono questi ragazzi (e le comunità dell'area penale ne sono l'esempio più lampante). A questo punto la questione richiede una riflessione più approfondita, in considerazione del fatto che molti ragazzi sono fortemente condizionati dall'assenza dello Stato e da una presenza strutturata e organizzata della camorra e quando diventano "visibili" presentano già una personalità e un'adesione formale ai valori e ai modelli della camorra.
Teoricamente, ai tempi degli scugnizzi, dei muschilli, il "Metodo Montessori" poteva avere un suo significato. Ma oggi ai tempi delle "paranze", che poi sono niente altro che veri e propri clan formati da minorenni, bisogna, come sosteneva Amato Lamberti, essere più attratti vi della camorra nei servizi e nelle opportunità che offriamo a questi ragazzi.
Non è possibile pensare, in un momento in cui il mondo del lavoro sta attraversando una vera trasformazione, continuare ad offrire come opportunità di formazione esclusivamente corsi di pizzaioli e pasticcieri. Ci vorrebbe una rivoluzione che nessuno vuole fare. Una riqualificazione dei servizi e degli interventi. Ovvero migliorare la loro qualità di vita investendo nella formazione professionale in settori più diversi per mettersi al passo con i tempi che viviamo.
Ci sono esempi concreti di come l'acquisizione di competenze possa creare occasioni di lavoro anche nei ragazzi con una bassa scolarizzazione. Di questi esempi siamo testimoni diretti; di come ragazzi accolti in comunità si sono allontanati dalla "bella vita" promessa dalla camorra per una alternativa reale e concreta basata sul lavoro e sul sacrificio.
E sarebbe anche l'occasione, nell'economia di una riflessione generale, ragionare in termini di prevenzione primaria e secondaria, vale a dire ragionare senza pregiudizi, sull'ipotesi di allontanare i bambini (prima che diventino ragazzi) da contesti familiari inadeguati ed "inquinati" da modelli e comportamenti devianti, come viene teorizzato, a nostro avviso in maniera ineccepibile, dal modello "Liberi di Scegliere" del giudice Roberto Di Bella.










