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di Giuseppe Ferraro


Il Mattino, 19 maggio 2020

 

In questi giorni di quarantena ho pensato sempre al carcere. Non è mancato chi ha detto di sentirsi agli "arresti domiciliari". Già non manca mai il richiamo carcerario nella letteratura filosofica. Platone parla del corpo come carcere e Socrate tutti lo ricordano non solo per quel "sapere di non sapere" ma perché in carcere a bere la cicuta della condanna a morte.

Eppure in questi giorni mi sono guardato bene dal richiamare la metafora e la condizione carceraria. L'ultima volta che sono stato a Poggioreale è stato la settimana prima delle disposizioni di quarantena. Ci siamo salutati per la prima volta a distanza. Per me che rispondo sempre "ci tocchiamo" a chi mi chiede che cosa faccio nel tenere incontri di filosofia in carcere è stato come sbattere sul muro, gli sguardi erano diversi.

Sì, "ci tocchiamo", diciamo cose che ci toccano, che perciò sentiamo, ci diciamo la verità, parliamo della verità. Non potrebbe essere diverso per chi tiene alla filosofia. A scuola da bambino t'insegnano che le cose concrete sono quelle che si toccano e quelle astratte non si toccano. Da adulto capisci presto l'altra distinzione, le cose certe sono quelle che si toccano, quelle vere sono quelle che ti toccano.

E quel giorno non è stato così. Abbiamo osservato la distanza. Un detenuto ha bisogno di quella stretta di mano, di quel saluto che viene da fuori, perché la libertà è su quella soglia del fuori e dentro te stesso, è incontrare, camminare. Le persone detenute più di ogni altra cosa tengono alle scarpe, i giovani, al minorile, ci tengono ancora di più ad avere scarpe nuove chiusi in una cella. Stando ai domiciliari di quarantena ho capito che non potevo paragonarmi a un detenuto, perché la casa è abitabile, il carcere no.

La casa per essere tale deve avere l'abitabilità, che è la condizione del proprio abitarsi, di ripensare sé stessi, alle proprie abitudini, al passato, a quel che si è stati e diventati. In te redi in interiore homine habitat veritas, ripete Agostino. La verità di sé stessi si abita. Nel carcere manca l'abitabilità, uno che ci sta dentro, in una stanza con chi non conosce, con la tv sempre accesa, con un solo servizio e tutto il resto che non voglio ripetere, non può certo ripensare se stesso e cambiare.

Il carcere produce carcerati. E in questi giorni che non ci sono stati nemmeno i volontari e tutti i servizi esterni è stato davvero difficile, ma si sono anche intraviste cose che fin qui non si sono considerate. Il carcere deve avere l'abitabilità perché è quella che ti fa desiderare la dignità come diritto della libertà. E la dignità te la devi conquistare prima del diritto che devi reclamare.

Allora è la pena stessa che deve essere un diritto, quella per ognuno di ripensare alla propria vita a quel che si è e che non si è diventato e ritornare ad esserlo cambiando legami e relazioni. La pena deve valere la pena, ripeto ogni volta.

Mi guardano straniti, poi però seguono con attenzione. La pena deve valere la pena altrimenti resta una punizione che da colpevole ti fa sentire vittima e non arrivi alla responsabilità di te stesso per i tuoi affetti e la tua città. Il grado di democrazia di un paese si misura dallo stato delle sue carceri e delle sue scuole, quando le carceri saranno scuole e quando le scuole non saranno carceri quel grado avrà raggiunto il suo punto più alto. In carcere non ci sono specchi. Non ci si vede, non ci si riflette. Si è visti senza che ci si possa vedere. Si è guardati senza potersi riguardare. Non ne vale la pena, il carcere è solo punizione.

E va bene così per chi non vuole capire, ma per chi capisce è una violenza che ha perduto la sua ragione e resta perciò cieca e cinica, buona a far politica della certezza della pena senza chiedersi della certezza della politica e della funzione educativa dello Stato.

Ricordo sempre Raffaele Cantone che alla bambina che gli chiedeva come si sentiva a punire, rispose che lo Stato non punisce, perché educa. Eravamo all'università dove ci ritrovammo con i bambini di Carpi e Torre del Greco. Ricordo tutta l'attenzione di Cantone, la sua gentilezza, e nella sua voce il compito della giustizia.

Il carcere sta cambiando, da tempo, lentamente, sta cambiando e questi giorni hanno portato a un'accelerazione importante, con la tecnologia, con i colloqui a distanza, ma anche con questo che il dato più semplice da capire, l'abitabilità. C'è bisogno di scelte coraggiose perché giuste. A Poggioreale come altrove si sta facendo tantissimo, inutile negarlo.

Le difficoltà superano gli sforzi. È come in mare aperto dove tutti sono naufraghi, detenuti a quanti ci lavorano, si aspetta sempre chi da terra venga in soccorso e ti liberi dalla confusa agitazione, cominciando a capire. All'inizio dell'epidemia ci sono state le rivolte, sono morti poco meno di venti detenuti.

Protestavano perché non avrebbero sopportato di non poter vedere i familiari. Poi il timore delle direzioni che potessero diventare dei focolai incontrollabili di contagio e fra le linee delle misure di "alleggerimento" alternative si sono inserite le concessioni pericolose. Fra i malati terminali che vengono dal 41 bis si sono mischiati quelli immaginari e allora tutto è refluito nella polemica e ai proclami della certezza della pena sostenuta da politici incerti, con l'"indietro tutta" del bailamme fra buonisti e cattivisti.

Mischiati ai detenuti del disagio sociale ci stanno i fine pena mai, cioè a termine pena 31 dicembre del 9999, che sarà anche giusta per chi non bastano 400 anni, ma che decade di giustizia per chi bastano anche dieci anni e ancora meno per cambiare strada, vita e relazioni. In tutti questi anni ho capito che le situazioni spiegano le cose e le giustificano anche, ma sono poi le relazioni che cambiano cose, situazioni e persone. Nello stesso palazzo puoi trovare chi diventa magistrato e chi detenuto.