Corriere del Mezzogiorno, 30 giugno 2026
Presentato “Lettere al garante” nella sede di “Liberi di volare”, dove i detenuti vengono accolti per affidamento e messa in prova. “Immaginate, per un attimo, una cella di pochi metri quadrati nella quale vivono stipate da cinque a otto persone. Immaginate di trascorrervi gran parte della giornata, condividendo spazi minimi, privacy inesistente, tensioni, fragilità e sofferenze. Non è un’eccezione: per molti detenuti questa è la quotidianità. Questo libro nasce per dare voce a questa sofferenza”. Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania, con una pluriennale esperienza nell’assistenza e nell’aiuto agli emarginati e ai detenuti, è uno di quelli che conosce meglio la durezza della realtà carceraria, insieme con don Franco Esposito, ex cappellano del carcere di Poggioreale. Insieme teorizzano l’inutilità dell’“istituzione carcere che se fosse un’azienda sarebbe già fallita, visto che produce almeno il 60% di recidive”. Insomma, in più di sei casi su dieci chi è entrato una volta in carcere poi vi fa ritorno. Se n’è parlato nella struttura della Pastorale carceraria di via Buonomo 41 a Napoli.
E se la teorizzazione dell’inutilità del carcere e del suo superamento con strutture di prima accoglienza per le esigenze cautelari limitate a pochi reati, può apparire aprima vista un’utopia, i fatti dimostrano che non lo è. Realtà come “Liberi di Volare”, l’associazione presieduta dalla criminologa Valentina Ilardi, nella sede di un ex convento alla Sanità, ospitano almeno un centinaio di detenuti che qui imparano non solo un lavoro, ma anche e soprattutto a stare in rapporto con i volontari (nell’ambito della pastorale carceraria) e il mondo esterno. “E qui il tasso di recidiva è inesistente” spiega Ilardi, aggiungendo che “noi prepariamo i detenuti a rientrare nella società e a confrontarsi con il mondo esterno, non vogliamo certo che restino qui”. Ma come conciliare la giusta esigenza di sicurezza con l’umanità e la rieducazione della pena? Per il magistrato di sorveglianza Cinzia Apicella, occorre certamente diffondere la cultura della riabilitazione “attraverso un lavoro di rete” che “coinvolga tutti gli operatori e le associazioni”.
Per Apicella vi sono le potenzialità per cambiare una realtà difficile come quella carceraria e sviluppare le potenzialità dei detenuti. Per Claudia Nannola, dirigente dell’Ufficio Esecuzione penale, “il libro di Ciambriello descrive perfettamente e realisticamente un mondo che ha bisogno dell’attenzione e dell’interesse” di tutti. Carlo Berdini, provveditore dell’Amministrazione penitenziaria della Campania, ha fatto il punto sulle strutture in via di rifacimento in varie provincie della regione, spiegando che i fondi sono arrivati, tuttavia non tacendo delle difficoltà generali circa la situazione delle carceri dove il sovraffollamento rimane il problema principale. Samuele Ciambriello ha concluso ribadendo quanto ancora tanto occorra fare per umanizzare il concetto di pena, sottolineando anche la sua visione rispetto agli autori dei reati: “Il detenuto non deve pagare ma deve cambiare, con l’aiuto di tutti quanti noi”. Un auspicio che si concretizza nel lavoro silenzioso di centinaia di volontari, il vero motore di speranza in un sistema che spesso è soffocato dalla burocrazia.










