di Francesco Dandolo
Corriere del Mezzogiorno, 12 aprile 2023
La cultura può tanto. Soprattutto nei luoghi in cui sembra che tutto sia perduto. L’ho potuto comprendere assistendo alla seduta di laurea tenutasi nel carcere di Secondigliano presieduta dal Rettore della Federico II Matteo Lorito. Era la prima volta che si teneva all’interno della casa di pena, rappresentando un risultato di assoluto rilievo nell’ambito del progetto partito quattro anni fa, e che ha consentito ai detenuti che intendevano compiere gli studi universitari di potersi iscrivere ai corsi di laurea, di seguire le lezioni e di fare gli esami in una apposita struttura del penitenziario. In effetti, la seduta di laurea è stata davvero un evento eccezionale.
I due laureati hanno costituito il desiderio di riscatto di tanti. Lo si percepiva dall’emozione palese non solo fra i candidati, ma fra tutti coloro che hanno preso parte alla manifestazione. Ed è stato evidente come la cultura può incidere profondamente nella vita delle persone, configurandosi come una fondamentale opportunità di cambiamento della propria esistenza.
Nella nostra Costituzione si afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. In linea con questo pronunciamento, l’impegno degli studenti detenuti dimostra che la riabilitazione la si può conseguire attraverso lo studio che restituisce dignità e rinnovata progettualità di se stessi. Ma soprattutto la cultura crea comunità. È stato questo un altro tratto evidente della seduta di laurea.
Fra i partecipanti, vi erano naturalmente i detenuti iscritti ai corsi di laurea, ma anche docenti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria. Tutti accomunati dall’idea di voler dare insieme un contributo perché la seduta di laurea potesse costituire un nuovo inizio. In una città che ancora in questi giorni è afflitta da drammatici episodi di violenza - si pensi alla morte del giovane Francesco Pio nei pressi di uno chalet di Mergellina e il grave ferimento di un ingegnere a Ponticelli causato da due giovani rapinatori - la cultura è la risposta migliore - o forse l’unica soluzione - per eliminare la cappa opprimente della criminalità. Lo studio, infatti, offre un diverso modo di pensarsi e di relazionarsi con gli altri. Un aspetto che ho potuto cogliere nelle lezioni che ho tenuto all’interno del carcere.
Spesso ho constatato fra i miei studenti un desiderio di approfondimento e una volontà di confrontarsi sulle grandi questioni del mondo contemporaneo. Propositi che mi hanno portato a riconsiderare il modo di fare lezione con loro, orientando l’insegnamento al dialogo e alla costruzione di un ragionamento comune nell’intento di evitare percorsi preconfezionati. In tal modo, è stato possibile costruire un legame fra la propria esistenza e le grandi frontiere del sapere. Proprio perché la cultura non è mai staccata da ciò che si vive.
Certo, resta il rammarico di quanto la cultura avrebbe potuto fare per prevenire l’adozione di modelli devianti e criminali. Comunque sia, è evidente che l’arricchimento intellettuale rappresenta il vero unico scudo per liberare la nostra città da un clima di violenza diffusa. Ecco perché nel carcere è essenziale che essa svolga un ruolo centrale nel contribuire al cambiamento sostanziale delle persone. Perché finalmente per tutti ci possano essere occasioni concrete alternative alla violenza. Una dimensione possibile da conseguire solo quando si ricostruisce un clima di comunità. Come lo è stato durante la prima seduta di laurea tenutasi nel carcere di Secondigliano.










