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di Dario del Porto

La Repubblica, 6 aprile 2023

La morte dell’innocente Francesco Pio Maimone è solo l’ultima vicenda legata agli scontri tra i rampolli dell’organizzazione criminale. “Azione dimostrative eclatanti, efferate - sostengono i magistrati - che dimostrano il senso di impunità e il desiderio di appropriazione del territorio da parte di gruppi criminali”.

Scarpe firmate al piede e pistola nella tasca dei pantaloni. Durante le notti della movida, i rampolli di camorra si riversano nel centro di Napoli. Il resto lo fanno le provocazioni reciproche, gli sguardi, le sfide social accompagnate sempre da allusioni al potere camorrista nel quartiere di provenienza. In mezzo a famiglie con bambini e tra ragazzi che desiderano solo trascorrere qualche ora di svago, loro escono con altre intenzioni: sfidarsi in “campo neutro” e occupare il territorio. Con la violenza, se serve. Poi succede che qualcuno perde la vita senza neanche sapere perché, come l’incolpevole Francesco Pio Maimone, vittima innocente degli spari esplosi la notte tra il 19 e il 20 marzo davanti agli chalet di Mergellina e un fenomeno che, prima ancora di essere sociale, è innanzitutto criminale, si manifesta in tutta la sua gravità.

La situazione appare chiarissima agli occhi della Procura napoletana che ha contestato l’aggravante del metodo mafioso al ventenne arrestato per l’omicidio del lungomare, Francesco Pio Valda, un padre ammazzato in un agguato di camorra, il fratello detenuto per tentato omicidio, la nonna condannata in primo grado per associazione camorristica. “Si tratta di un’azione dimostrativa eclatante, efferata, che dimostra il senso di impunità e il desiderio di appropriazione del territorio da parte di gruppi criminali a discapito dei residenti e degli altri avventori degli chalet di Mergellina”, scrivono i pm Antonella Fratello e Claudio Onorati nelle carte dell’inchiesta condotta dalla squadra mobile diretta da Alfredo Fabbrocini.

I magistrati ricordano “i contesti criminali cui appartengono i protagonisti della vicenda”: la rissa scoppia fra due gruppi, uno proveniente dalla periferia orientale, di cui fa parte Valda, l’altro dal Rione Traiano e insieme ai ragazzi c’è anche un cinquantenne scarcerato da tre mesi dopo aver trascorso in carcere quasi sette anni per droga. Il pretesto è una macchia sulla scarpa, poi però spunta la Revolver calibro 38 che colpirà Maimone, tranquillamente seduto al tavolino a venti metri di distanza insieme agli amici. I pm parlano di gruppi criminali che si scontrano in “zona neutrale, sulla quale intendono operare una sorta di controllo”, senza preoccuparsi del rischio di colpire persone estranee alle loro dinamiche e ai loro interessi.

Qualche anno fa, nel 2017, in un’altra frequentatissima area della movida, i “Baretti” di Chiaia, si era verificata una lite con sparatoria fra il figlio di un boss del quartiere Fuorigrotta e un altro ragazzo ritenuto legato a un clan della zona orientale. L’imputato, alla fine, è stato condannato solo per la rissa. Ma sviluppi giudiziari a parte, a molti l’episodio ha ricordato quello del lungomare. Il contesto è allarmante. Anche perché pure le faide tra clan rischiano di sbarcare in centro: solo sette giorni prima dell’omicidio Maimone, sempre davanti agli chalet di Mergellina, è stato ferito in un agguato un ragazzo di 19 anni, Antonio Gaetano. Pur giovanissimo, era indicato dagli investigatori come un esponente di spicco di uno dei gruppi camorristici che, sul territorio del quartiere Pianura, si contende il controllo delle attività illecite, compreso il “pizzo” sulle bancarelle degli ambulanti che in questi giorni espongono soprattutto gadget ispirati al calcio Napoli. Gaetano è morto dopo 12 giorni di agonia. Per ammazzarlo, non lo hanno affrontato sotto casa o lungo il percorso. I killer hanno aspettato che la sua auto si fermasse sul lungomare, per sparargli. Un delitto di camorra, nel traffico della movida.