di Walter Medolla
Corriere della Sera, 25 settembre 2024
Gestisce con fermezza il Centro Penitenziario “Pasquale Mandato” di Secondigliano a Napoli. Giulia Russo è una di quelle direttrici che ci mette la faccia e lavora spalla a spalla con i suoi uomini per portare avanti nel migliore dei modi il carcere di Secondigliano; una piccola cittadella di circa 40 ettari che ospita quasi 1.500 detenuti per lo più classificati Alta Sicurezza.
Si sente parlare spesso di riabilitazione dei detenuti, ma quanto è reale?
“Va abbandonata l’idea che la rieducazione finisca all’interno dell’istituto. Io porto avanti la teoria delle 3 R, cioè dobbiamo passare dalla rieducazione per la risocializzazione, ma per arrivare all’obiettivo finale della riabilitazione. Le cose funzioneranno quando tutto diventerà automatico, cioè quando il detenuto che ha superato le 3 R riuscirà a trovare un suo posto in società con un concetto nuovo di rivisitazione del sé, revisione del proprio passato, voglia e forza di diventare altro. Quando i nostri amici torneranno sul territorio, saranno cittadini ed è fondamentale creare un ponte concreto di opportunità e questo progetto vuole mettere le gambe a questa idea”.
Quanti di loro restano lontani dal carcere?
“Non le posso dare dati su recidiva o rientro in carcere dei detenuti, le posso dire che nei 7 anni della mia direzione di Secondigliano i casi sono davvero pochissimi. E sono assenti episodi di insofferenza da parte dei detenuti con scioperi o iniziative di protesta. Il discorso è semplice nella sua complessità, bisogna essere credibili per attivare il processo di riabilitazione”.
Cioè?
“C’è bisogno di fidarsi reciprocamente. Se io non riesco ad assicurare al detenuto l’acqua calda in cella, come posso proporgli un percorso di riabilitazione, che credibilità avrei? Bisogna lavorare insieme per raggiungere l’obiettivo della reale riabilitazione, avendo una credibilità nella gestione e nei fatti”.
Questo progetto è credibile?
“Sì, perché diamo soluzioni concrete. Questo progetto si anima su tre direttrici: formazione professionale, realizzazione di un laboratorio specifico e lavorazione del terreno per creare un chicco di caffè tutto nostro. Questa collaborazione con un’azienda leader del settore, tra l’altro radicatissima sul territorio, ci fa ben sperare anche per l’inserimento lavorativo futuro dei detenuti che ora sono coinvolti in questa formazione. Piantiamo questo seme di speranza augurandoci che metta radici forti”.
Incuriosisce questa idea della piantagione di caffè all’interno del carcere...
“Con l’aiuto dell’università Federico II di Napoli lavoriamo alla fattibilità di coltivare qui da noi, sulla nostra terra che questa volta non è terra dei fuochi ma del fuoco vivo, piante di caffè, per produrre un caffè napoletano doc. L’idea dell’amministrazione penitenziaria è quella di rendere concreta la rieducazione del condannato attraverso progettualità come questa”.










