di Emanuele Imperiali
Corriere del Mezzogiorno, 14 luglio 2022
Intervista all’Arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia. “La città non ha bisogno di formule magiche, ma di una rivoluzione culturale e sociale, perché il cambiamento sia duraturo”.
Arcivescovo, c’è un preoccupante rigurgito di violenza a Napoli. Episodi come quelli delle due ragazze contro cui in pieno centro è stato lanciato l’acido, o della dodicenne sfregiata dall’ex fidanzatino, sono sintomi non solo di una escalation criminale ma anche di scarsa o nulla considerazione per la vita umana. Come deve reagire la società?
“Dinanzi al male c’è solo un modo per rispondere: con il bene. Custodendo con decisione il bene che c’è già (e a Napoli è tantissimo, anche se non fa rumore!), incrementandolo dove manca, diffondendolo in tutti i modi possibili. Ma attenzione: il bene, soprattutto il bene sociale e comunitario, è solido quando è frutto di un noi e non di tanti io isolati. Per questo non basta fare il bene ma occorre farlo bene e farlo insieme. Oggi, nel nostro contesto napoletano, fare il bene, abitare il bene significa mettere al centro l’uomo/la donna, la sua vita e le sue ferite, colui o colei che è fragile, marginale. I piccoli. Gli ultimi. È per loro anzitutto che deve nascere e sempre più fortificarsi uno spirito di comunità, un noi capace di fare rete, di creare un sistema di vita e speranza e di arginare il male e la disumanità”.
Don Mimmo, bullismo, discriminazioni, razzismo aggrediscono nel profondo una città già martoriata da mille problemi. Bisogna prevenire, certo, ma lei non pensa serva anche una più dura azione repressiva?
“Non mi piace il termine repressione. Mi rimanda a una cultura di dominio, che poco ha a che fare con la cultura democratica che ricorre alla forza solo quando non ci sono altre possibilità. Preferisco parlare della necessità di una maggiore vigilanza e di un più incisivo contenimento. E dico questo non per un superficiale buonismo, ma perché se intendiamo la repressione come una mano ferma e dura capace di schiacciare il male e di estirparlo ci stiamo semplicemente illudendo. Sicuramente occorre presidiare con chiarezza le zone più difficili della città, i luoghi più rischiosi e per fare questo occorrono presenza e vigilanza. Ma tutto questo non basterà mai senza dei processi trasformativi capaci di incidere a lungo raggio, accompagnando il bene, arginando il male, educando le menti e i cuori. Napoli ha bisogno di processi, non di formule magiche.
Certamente nell’attesa del compiersi di un processo, come ad esempio quello educativo e culturale, occorre arginare in tutti i modi possibili la criminalità, il razzismo, la violenza, il bullismo. Ma puntando su un cambiamento a lungo termine, su una trasformazione duratura e solida”.
Finito il lockdown i reati sono aumentati notevolmente, in alcune giornate si scatena un vero e proprio far west. Lei ha proposto un Patto educativo sul quale ha trovato il consenso delle Istituzioni e dei gruppi dirigenti, ma come si fa concretamente a calarlo nelle vene e arterie della comunità civile?
“Ecco, questa sua domanda mi permette di fare chiarezza. Il Patto Educativo non è un evento, una formula pedagogica o un protocollo firmato. Tutte queste cose possono rappresentare dei momenti, delle tappe, ma non costituiscono l’essenza del Patto, almeno per come l’ho inteso io, dopo essermi messo in ascolto di tante persone impegnate nel mondo dell’educazione, del volontariato, della scuola. Il Patto vuole e deve essere un processo culturale capace di ridestare il noi in chi si occupa di educazione, di vincere gli individualismi presenti anche nel mondo del sociale, per poi dare vita a una rete educativa solida. Concretamente ciò si traduce nel lavoro sui territori, attraverso la creazione di tavoli educativi a cui tutti siedono per confrontarsi e supportarsi, per superare stili competitivi e imparare a cooperare. I referenti territoriali che ho nominato un prete, una religiosa e un laico - stanno già lavorando a questo, per iniziare una prima sperimentazione dei tavoli in tre zone diverse della città: ovest, est, centro. È dal sedersi insieme, dalla volontà di essere non solo l’uno accanto all’altro/a ma l’uno per l’altro/ a, in modo che le maglie della rete educativa si stringano ulteriormente, che si può far sì che nessun ragazzo corra a rifugiarsi tra le braccia della camorra o della malavita. Però attenzione: tutto questo è un cammino che richiede tempo, è un processo che va vissuto passo dopo passo. Non è roba da tutto e subito. In educazione i tempi sono sempre tempi lunghi, e l’urgenza non deve farcelo dimenticare. Proprio per questo non possiamo più aspettare, è importante iniziare al più presto. Senza smettere, però, di adoperarsi in tutti i modi possibili nel presente!”.
Un parroco ha invitato i giovani a restare a casa la sera. Ma, don Battaglia, non è con la fuga che si risolvono problemi così gravi. Che ne pensa?
“L’invito del parroco non era a disertare e a fuggire ma ad evitare di lasciare i ragazzi e i bambini in strada e senza vigilanza, spronandoli a vivere luoghi educativi sani, come ad esempio l’oratorio. Nessun prete desidera fuggire o invitare alla fuga, anzi. Il nostro obiettivo, come Chiesa, è quello di creare sempre più luoghi educativi, in cui si possa crescere in sicurezza e divertirsi senza violenza. Anzi, in questo tempo estivo mi permetta di ringraziare pubblicamente i parroci, gli educatori, le comunità, gli istituti religiosi e tutti coloro che si adoperano nelle parrocchie e negli oratori per donare, anche nel tempo estivo, esperienze educative, di divertimento e di prossimità ai ragazzi della nostra arcidiocesi, soprattutto a coloro che, a causa del disagio familiare, economico e sociale, avrebbero maggiormente risentito di un tempo senza scuola. A questa schiera di educatori che si sporca le mani ogni giorno, che decide di non stare alla finestra a guardare ma che piuttosto tocca quotidianamente le ferite dei più piccoli, a loro vanno la mia ammirazione e la mia gratitudine perché rappresentano davvero l’avamposto di una Chiesa in uscita, una Chiesa che annuncia la vita e la speranza tra le strade degli uomini e delle donne!”.
La convince da uomo di Chiesa la proposta del comitato per l’ordine e la sicurezza di rafforzare i controlli sulle strade della movida e davanti le scuole?
“Come dicevo prima, tutto ciò che aumenta la vigilanza, la presenza, la custodia e il contenimento è assolutamente necessario. E riguarda il presente, l’immediato, l’urgenza. Ma non basta. Contemporaneamente, occorre lavorare ai processi culturali, educativi. Tra cui il Patto. Perché solo così si costruisce il futuro. Ben vengano le decisioni del Comitato, mi sembrano sagge e necessarie. Ma non illudiamoci: Napoli ha bisogno di una rivoluzione culturale e sociale, una rivoluzione di vita e di speranza, di giustizia e di pace”.
Come leggere la scelta di una donna ai vertici della Caritas napoletana?
“Ecco, non voglio correggerla ma inizierei a parlare più che di “vertice” di “base”. Questo è il compito di chi serve: diventare una base sicura per coloro che gli sono affidati, servendo i collaboratori e, insieme ad essi, i poveri. Suor Marisa viene propri oda questa’ esperienza: è una donna che si è sporcata le mani con i poveri e negli ultimi tempi ha servito gli ammalati di Aids, i ragazzi del carcere, e tante altre realtà di fragilità. Sono sicuro che la sua presenza donerà alla Caritas partenopea un imprinting ancor più materno, orientato alla cura, all’accoglienza, allo stare accanto e alla nascita di progettualità che mirano ad uscire dall’ assistenzialismo e alla costruzione di un’autonomia personale che valorizzi la dignità e la preziosità di ogni uomo e donna, in qualunque condizione si trovi a vivere”.










