di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 18 marzo 2025
“Mi è sempre piaciuto molto cucinare: ora studio, mancano 7 esami alla laurea”. “Il carcere è un’esperienza terribile. Un inferno in terra specie per chi, come me, non l’aveva mai conosciuto prima. Ma è anche l’unica strada che ti fa aprire gli occhi e capire quanto sbagliato e pericoloso sia avventurarsi in situazioni sottovalutate: perché ci sono errori che possono costare molto caro”. Lo chiameremo Simone, con nome di fantasia per tutelare l’identità di un uomo che dopo 13 anni vissuti dietro le sbarre di un reparto di media sicurezza è tornato a casa. “Ora posso guardare il cielo, riabbracciare mia moglie e i miei figli, respirare l’aria da liberi è tutta un’altra cosa, un’emozione indescrivibile”.
Coinvolto in un’inchiesta di camorra con l’accusa infamante di concorso in omicidio, oggi ha espiato la gran parte della pena ottenendo il beneficio dell’assegnazione ad un lavoro esterno all’istituto penitenziario di Secondigliano, dov’era recluso fino a qualche settimana fa.
Di che cosa si occupa adesso?
“Mi è sempre piaciuto cucinare, e già da ragazzino ero attratto da ciò che si faceva nei laboratori di pasticceria. Durante la permanenza in carcere mi sono dedicato sempre più a questa attività, e oggi lavoro in un’azienda artigianale che si trova in provincia di Napoli che produce prodotti dolciari”.
Perché è finito in carcere?
“La storia è lunga, ma si può sintetizzare così: tutto inizia nel 2012, all’epoca avevo 25 anni e vivevo in un quartiere nel quale si erano già consumate alcune guerre tra clan. Non ho mai fatto parte di questi gruppi, anche se poi mi verrà contestata l’accusa di concorso in associazione esterna, prima, trasformata poi in associazione mafiosa”.
E allora perché viene arrestato?
“Quando vivi in certi contesti ambientali ti trovi inevitabilmente a stringere amicizie con la gente del quartiere dove sei nato, con gli ex compagni di scuola e con chi è cresciuto con te. Ma nel caso mio si aggiunse un particolare: nella mia cerchia familiare entrò una persona ritenuta legata ad un’organizzazione criminale, sposò una mia cugina e soltanto dopo su di lui emersero indagini e sospetti”.
Come mai lei viene coinvolto in un’indagine della Procura antimafia?
“Devo fare una premessa. Con la legge io non avevo mai avuto a che fare, avevo solo una segnalazione perché devo ammettere che da ragazzino ero un po’ testa calda: a 16 anni mi accusarono di oltraggio a pubblico ufficiale. Da allora più niente, tanto è vero che feci domanda per partecipare al concorso per entrare nella pubblica amministrazione”.
E come andò?
“Lo superai. Una gioia, anche se non immaginavo la tegola che stava per cadermi addosso”.
Il mandato di arresto...
“Già. Pochi giorni prima di Natale bussano i carabinieri e mi portano a Poggioreale. Ero accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e di avere avuto il ruolo di “armiere” nell’ambito di un raid sfociato in un omicidio e un tentato omicidio. Io invece non ho mai maneggiato né custodito armi, né a casa né altrove. Né sono mai stato a libro paga della criminalità organizzata”.
Inizia così l’incubo del carcere. Che cosa ricorda di quel periodo iniziale?
“Prima tappa Poggioreale, padiglione Firenze e poi padiglione Avellino. Dodici persone in una cella, in condizioni disumane, due ore d’aria al giorno. Pensi che anche per potere andare al bagno dovevamo fare i turni. Quattro mesi dopo vengo trasferito a Benevento, e successivamente a Torino, a 900 chilometri da casa con tutte le difficoltà che comportava anche poter vedere di tanto in tanto mia moglie e i bambini. Penultima tappa, la Sicilia, e infine l’istituto di Secondigliano: qui ho incontrato tanti volontari, e li vorrei ringraziare per il lavoro che fanno”.
Intanto scatta il rinvio a giudizio, e lei da imputato va a processo...
“Scelsi di essere giudicato con il rito ordinario. La prima sentenza fu un colpo al cuore: mi condannarono a 28 anni di carcere. Mi crollò il mondo addosso, sapendo di non avere né preso parte né avuto alcun ruolo nell’omicidio. Ma in quelle stesse ore ripensai agli errori che devo avere commesso anche solo nell’intrattenere semplici rapporti di amicizia e familiari con alcune persone: quella è stata, evidentemente, la mia colpa. Certe “capate” si pagano”.
Che giorni furono quelli che seguirono al verdetto della Corte di Assise di Napoli?
“Terribili. Molto difficili. E la notte era un tormento: quando spegni la luce non riesci nemmeno a chiudere occhio pensando che dovrai rinunciare alle cose più belle, la gioventù, i figli, il lavoro, e che questo strazio durerà tanto. Provi a immaginare come sarai a 53 anni, quando uscirai senza sapere che mondo ti aspetta lì fuori, e chi ti offrirà anche un’opportunità di lavoro”.
Poi arriva a sentenza di appello...
“Fu lo stesso procuratore generale a chiedere la mia assoluzione per quell’accusa infamante di omicidio. A scagionarmi c’erano non solo i pentiti, ma anche alcune dichiarazioni rese da un boss. Rimasero però purtroppo in piedi le condanne di favoreggiamento e concorso esterno in associazione, e per questo la condanna si ridusse. Il 2027 è il mio fine pena, ma ringrazio magistrati e dirigenti penitenziari che oggi mi hanno offerto questa possibilità”.
Per quello che ha vissuto cosa direbbe ai ragazzi affascinati dalla violenza e da modelli sbagliati?
“Pensateci bene. Pensate al vostro futuro, state lontani dai guai e soprattutto dalle armi. Con la violenza non si ottiene nulla. Mai”.
Come vede il suo futuro?
“A Secondigliano ho frequentato il polo universitario, sostenendo 19 esami, me ne restano sette per la laurea in Scienze biologiche, degli alimenti e della nutrizione umana”.
Simone, che cosa si augura ora?
“Riscatto. Lo devo alla mia famiglia, e prima ancora a me stesso”.











