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di Dario del Porto

La Repubblica, 11 novembre 2024

“La nascita di mia figlia è stata la molla per cambiare. Sono andato all’estero a lavorare perché mi vergognavo, adesso mi sento più ricco”. “Appena arrivato a Nisida mi sono detto: “Mi hanno portato in carcere? E allora sono uno buono. Ero pronto a spaccare il mondo”. Aveva 15 anni, M. C., napoletano del quartiere Secondigliano, quando fu condotto per la prima volta nell’istituto minorile che ha ispirato la fiction Mare fuori. Aveva commesso reati di droga, era già stato per tre mesi in comunità ed era evaso due volte. Oggi ha cambiato vita, ha 27 anni, si è trasferito in centro Italia e lavora sodo. Assistito dall’avvocata Mariangela Covelli, ha chiuso i conti con la giustizia. E ai ragazzi che, nella sua città d’origine si fanno la guerra a colpi di pistola, dice: “Basta con le armi e con l’illegalità. Trovatevi un lavoro”.

Perché secondo lei tanti giovanissimi girano con una pistola in tasca?

“È diventata una tragica moda. Lo fanno per sentirsi grandi. “Tengo la pistola, so’ ruoss”, pensano. Sono forte”

Ma è solo un’illusione, vero?

“Sì, assolutamente. L’unica forza di una persona è la sua famiglia. Io l’ho imparato”.

Il carcere può aiutare un ragazzo a comprendere i suoi errori?

“Può servire, ma solo se dietro al ragazzo c’è una famiglia. A me non è capitato, non ce l’avevo. Mia madre e mio padre erano detenuti. Ero solo e tutto ciò che mi passava davanti era tutto negativo”.

Come si comportò una volta entrato in cella?

“Il primo anno non è stato facile, litigavo con tutti. Mi proponevano corsi di ogni tipo: informatica, pizzeria. Ma io rifiutavo sempre. Un giorno facevo discussioni con gli agenti, l’altro con i ragazzi. E ogni volta finivo in isolamento. Da una cella all’altra. Poi si avvicinò un educatore e le cose cambiarono”.

Perché?

“Prese a cuore la mia situazione. Mi diede un obiettivo da raggiungere: se ti comporti bene, disse, ti faccio andare a lavorare e potrai tornare a casa. Mi sono fidato. Così ho cambiato atteggiamento. Ho iniziato a frequentare i corsi, ho conseguito il diploma da elettricista e un attestato per poter lavorare, facevo ceramica. Sono uscito da Nisida a 17 anni con l’affidamento ai servizi sociali”.

E ha chiuso con il crimine?

“Non in quel momento. Ho commesso un altro reato. E sono finito a Poggioreale. Il carcere è più duro, celle affollate, caldo”.

Il carcere non l’ha aiutata, dunque?

“Recuperare i detenuti è sempre una cosa molto difficile, sia per i minori, sia per gli adulti. Le opportunità, a Nisida, te le danno. La prima cosa è la volontà del ragazzo. Nessuno riesce a farsi un’altra vita solo grazie al carcere”

Lei come ha fatto?

“Per me è stata determinante mia figlia. Quando è nata ho compreso il valore della famiglia. Sono uscito dal carcere di Carinola nel 2019. Da allora lavoro. Ho iniziato all’estero perché mi vergognavo di far vedere che andavo a lavorare. Mia moglie era incinta, abbiamo fatto due biglietti per il Lussemburgo e sono stato sette mesi in un ristorante. Tornato a Napoli, mi sono fatto forza, con la merenda sotto il braccio.

E come è andata?

“Oggi quelli che mi vedono, mi apprezzano. Ci vogliono più attributi per andare a lavorare che per commettere un reato. Non ho niente contro lo Stato, ma non fanno nulla per aiutare il mondo delle carceri. Solo chi ci è stato dentro può capirlo. Guadagnavo anche 10mila euro al mese con la droga. Ma mi sento più ricco oggi perché lavoro”.