di Antonio Mattone
Il Mattino, 27 aprile 2021
Una sedia messa sulla strada per occupare un posto auto. Un espediente utilizzato per sancire con arroganza un diritto non acquisito, per rivendicare una proprietà che non si possiede. Da qui è iniziata la lite che poi ha avuto il tragico epilogo che ha portato all'omicidio di Maurizio Cerrato a Torre Annunziata. Quante volte abbiamo visto uno "stendi-panni", un secchio, un qualsiasi oggetto ingombrante davanti a un marciapiede per scoraggiare dall'idea di parcheggiare la propria autovettura in uno spazio considerato territorio proprio e inviolabile. E quanti, tra coloro che hanno voluto sfidare questa prepotenza, si sono poi ritrovarti con le gomme bucate!
Chi si sentiva padrone di quel lembo di strada di Torre Annunziata, questa volta è andato oltre. Non si poteva consentire l'affronto di chi, spostando quella sedia, non ha riconosciuto il potere su quello stallo. Come bestie feroci si sono scagliati con inaudita violenza contro il povero custode degli scavi di Pompei, e mentre in tre lo trattenevano, un quarto componente del branco ha compiuto lo scempio, accoltellandolo a morte.
È una scena che si ripete troppo spesso dalle nostre parti. Uomini rapaci si scagliano contro vittime inermi colpendole senza pietà, fino togliergli la vita. Era avvenuto tre anni fa a Francesco Della Corte, la guardia giurata uccisa a bastonate da tre minorenni alla stazione della metropolitana di Piscinola. Questa volta è accaduto a Torre Annunziata, nel quartiere chiamato Provolera, dove un tempo abitavano gli addetti della attigua "Real fabbrica di polvere", la cosiddetta Polveriera. Periferie senza più connessione con il centro della città, dove si va consolidando un processo di marginalizzazione e si vanno smarrendo l'identità comune e un destino condiviso dalla popolazione locale.
A differenza dell'episodio di cui rimase vittima Della Corte, a Torre Annunziata ci sono state delle persone che hanno assistito all'aggressione, testimoni che però non hanno voluto fornire la loro collaborazione. Un fatto grave, che seppur motivato dalla paura, ha rischiato di isolare ancor di più la famiglia della vittima, mentre invece queste testimonianze avrebbero potuto dare una svolta alle indagini. La tempestiva azione investigativa dei Carabinieri ha però permesso di individuare gli assassini che sono finiti in carcere.
Tuttavia, nelle pieghe di questa drammatica vicenda, mi sembra di poter scorgere due fatti nuovi. Innanzitutto le ferme parole dell'arcivescovo di Napoli durante le esequie di Cerrato: "La prima mafia si annida nell'indifferenza, nel puntare il dito senza far nulla e girarsi dall'altra parte".
Una presa di posizione netta rivolta anche a "tutti i preti e a tutti i cristiani" a cui don Mimmo ha chiesto chiarezza di vita e coraggio, fino al martirio. "Non mi spaventa il rumore dei violenti ma il silenzio degli onesti", ha ribadito Battaglia. Affermazioni che delineano una sollecitudine ancora più decisa della chiesa di Napoli nel denunciare quei comportamenti malavitosi e omertosi che permettono alla camorra di espandersi senza alcun freno. Una nuova prospettiva che potrebbe dar vita ad una stagione rinnovata di impegno contro la mentalità camorrista e il malaffare che tante volte sembrano sopraffare e soffocare Napoli e il suo hinterland.
In un piccolo ma significativo sondaggio fatto tra alcuni giovani impegnati nelle parrocchie e nelle realtà associative ecclesiali, è emerso che il 70% di questi lascerebbe Napoli, avendone la possibilità. Non è solo la mancanza di lavoro a determinare questa volontà. La presenza della malavita, l'illegalità diffusa e la mancanza di coesione tra gli attori istituzionale e della società civile sono fattori altrettanto importanti che stanno determinando un senso di scoraggiamento e di disaffezione tra le nuove generazioni, che non riescono ad intravedere il proprio futuro nella terra dove si è nati. È un fenomeno preoccupante che non lascia indifferente la chiesa napoletana.
L'altro elemento rilevante nella vicenda di Torre Annunziata è stata la grande reazione della famiglia di Cerrato. Le parole di Maria Adriana, la figlia ventenne del custode, fanno emergere un luminoso senso civico e una grande speranza.
Di fronte all'omertà che ha caratterizzato le prime fasi dell'omicidio la ragazza ha affermato di non voler giudicare nessuno, ma ha invitato i suoi concittadini a compiere un cambio di mentalità: "Torre Annunziata deve cambiare ed io farò di tutto perché questo avvenga. Tutti sono in tempo di poter cambiare, per poter capire cosa è giusto e cosa è sbagliato". E da oggi, quando vedremo una sedia messa davanti a un marciapiede per impedire che qualcuno possa occuparlo, non potremo non pensare alla forza e al coraggio di questa ragazza che sogna un futuro di giustizia e un avvenire dignitoso per sé e per la sua generazione.











