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di Marianna Vallone


La Città di Salerno, 28 settembre 2020

 

Il portavoce della "Sant'Egidio" incontra i detenuti di Poggioreale da 15 anni "Mi hanno scritto 600 lettere. Il mistero del male non si risolve solo in cella". I detenuti gli affidano sogni e speranze, ma anche rabbia, frustrazione, delusioni e paura. Lui li ascolta, li rassicura, li perdona. La sua voce è rasserenante. Lo sguardo è quello di quelli di cui ci si può fidare.

Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant'Egidio della Campania, da 15 anni vive parte della sua esistenza con uomini e donne che hanno perso il bene più prezioso, la libertà. Da volontario all'interno del carcere di Poggioreale, ne racconta, attraverso i suoi editoriali e libri, l'avventura inedita all'interno di mura dove si pensa regni male e violenza.

Ed invece sono storie d'umanità, di solitudine e di sofferenza. Si sa poco e male delle carceri. Se ne parla in termini aggressivi, rancorosi, magari senza conoscere. C'è chi parla del carcere senza esserci mai stato. Invece è una realtà molto complessa che merita approfondite discussioni.

 

Com'è iniziata la sua vita nelle carceri?

Da una proposta, più di 15 anni fa: dovevamo iniziare un nuovo servizio nel carcere di Poggioreale. Qualcuno doveva andarci ed è toccato a me. Da lì è nata una passione, è nato un percorso. Sono diventato volontario, poi ho iniziato a scrivere. Da giornalista ho anche quella fortuna di girare liberamente nel carcere e cogliere quegli aspetti che poi ho la possibilità di raccontare, a partire dall'"Estate calda", con 16 detenuti per cella, mentre si parlava di hotel a 5 stelle, e vedevo come si soffriva.

 

In una cella con tante persone quanta solitudine c'è?

Tanta. Ce n'è tanta, soprattutto quando ci sono più nazionalità diverse, quando magari non si conosce la lingua, quando hai parenti lontani, quando non hai nessuno con cui parlare.

 

Com'è la situazione nelle carceri campane?

Dopo il Covid c'è stato un aumento di detenuti.

 

E aumentano anche i suicidi: come lo spiega?

È sempre una sconfitta: è un dramma, che però non è solo dei familiari e della persona, ma di tutti. È una cosa orribile. Le motivazioni nascono dallo sconforto. C'è gente che si toglie la vita poco prima di uscire, perché mancano le prospettive e allora si avvilisce. È frequente che il suicidio lo scelga chi sconta la pena per i reati di violenza, non reggono la vergogna.

 

Cosa le dicono i detenuti, cosa le scrivono?

In genere i detenuti studiano chi hanno di fronte. Si parla del carcere come se fossero tutti uguali ma non è così, sono storie completamente diverse. Cercano di sfogarsi, di raccontare, di avere qualcuno che possa parlare per loro: nel caso dei separati, mi chiedono di dire all'ex coniuge di fargli visita. Si crea un legame tra me e loro, perché vedono quel qualcosa che a loro è mancato, ad esempio un legame familiare. Ho 600 lettere di detenuti, molti li vedo da 10 anni fuori dal carcere.

 

Le lettere le raccoglierà?

Le raccolgo. Adesso sto scrivendo un libro sulla storia di Giuseppe Salvia, un libro molto tosto e faticoso, ci lavoro da 4 anni: ho anche incontrato Cutolo e penso che non ne scriverò altri.

 

Quali sono le esperienze che le sono rimaste dentro?

Sono tante, sono gli incontri personali, ed anche vedere come questi giovani sono attratti dal male. Un'esperienza che mi ha colpito molto è quella con gli ex ergastolani, che facevano parte della mafia, della 'ndrangheta: per un periodo ne ho incontrati alcuni, facevamo incontri settimanali. Il male è un mistero, il carcere non é l'unica soluzione per combattere la criminalità.

 

Ne ricorda una in particolare, d'esperienza?

Una di un ragazzo che tornò in carcere. Andai a trovarlo e lo trattai malissimo. Lui quel giorno scrisse una lettera bellissima.

 

Da volontario cosa fa in carcere?

Faccio colloqui con loro: con alcuni prosegue, con un gruppo facciamo incontri di catechesi, con altri momenti di musica, incontri culturali, presentazioni di libri. Ad esempio una volta ho portato in carcere Gianni Morandi. Sono anche direttore dell'ufficio Lavoro della diocesi, con cui abbiamo fatto un progetto, insieme al Ministero, per una pizzeria nel carcere di Poggioreale. È un modo per aiutare i detenuti a trovare un lavoro. Il cardinale ha messo a disposizione una chiesa del centro storico, non più adibita al culto, nella quale realizzeremo una pizzeria, all'interno della quale transiteranno i detenuti per essere accompagnarli al mercato del lavoro.

 

Quanti innocenti ha incontrato?

Sicuramente qualcuno. Non sono giudice, per fortuna; sono un volontario, sempre per fortuna. Non chiedo mai dei loro reati, a volte se ne parla durante i discorsi. Alcuni sono certo fossero innocenti, sono quelli che spesso si sanno difendere di meno.

 

Esiste la certezza della pena?

È un discorso importante, certezza della pena non vuol dire certezza della galera. L'articolo 27 della Costituzione parla di pene al plurale: devono attenersi al principio di umanità, anche le misure alternative siano una pena. Le misure alternative sono importanti, chi esce di galera da un giorno all'altro è più fragile. Chi esce piano, nel frattempo trova un lavoro, si affaccia alla vita di tutti i giorni con gradualità.

 

Cos'altro non si racconta delle carceri?

Dei bambini che stanno con le madri, è un grande dramma. Crescono male, non è giusto che le colpe delle madri ricadano sui figli.