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di Marco Molino

Corriere del Mezzogiorno, 28 maggio 2022

L’orizzonte è una grigia parete scrostata, eppure gli sguardi decisi sembrano puntare oltre la pietra e le solide sbarre. Questi volti segnati dalla vita cercano un riscatto e nelle ruvide immagini della mostra “Anime perse - Donne, madri nelle carceri italiane”, visitabile gratuitamente fino al 10 giugno nel complesso monumentale di San Severo al Pendino, emerge il desiderio di ritrovare la libertà principalmente in sé stesse.

La rassegna del fotoreporter Giampiero Corelli, organizzata in collaborazione con la sartoria sociale e sostenibile Palingen, presente all’interno del carcere femminile di Pozzuoli, non mira infatti a suscitare soltanto commozione. Le protagoniste degli scatti in bianco e nero ovviamente soffrono, ma non si piangono addosso e si fortificano immergendosi nel lavoro, che concerne nel recupero di tessuti altrimenti destinati allo scarto.

Per questo servizio le detenute vengono regolarmente assunte e retribuite, avendo nel contempo la possibilità di formarsi nell’arte della sartoria e tentare un concreto reinserimento al termine della pena. Nella mostra sono raccolte 45 immagini che fanno parte di un lungo reportage realizzato da Corelli in numerose carceri italiane dal 2008 a oggi. Un progetto focalizzato sulle sezioni e carceri femminili, per cogliere i sentimenti delle detenute, spesso anche madri, ma includendo pure le addette di polizia penitenziaria che vivono gran parte delle loro giornate nei medesimi ambienti. Tra le sbarre c’è insofferenza, prevale la rabbia e la depressione, però nascono anche rapporti fondati sul comune sentire, sulla condivisione di un percorso di rinascita. Da sempre interessato alle problematiche sociali, il fotoreporter ravennate Corelli vuole sottolineare con i suoi ritratti la funzione redentrice del lavoro e ricorda come siano soltanto il dieci per cento i casi di recidiva nei detenuti che hanno partecipato ad un programma lavorativo o di reinserimento. Queste donne rammendano vestiti insieme alle loro stesse vite.