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di Raffaella Calandra

Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2025

Nell’istituto penale minorile di Napoli record di presenze, quasi tutti italiani ma aumentano gli stranieri. Crescono i reati contro la persona e le pene si allungano. Il Ministero lavora all’apertura di altre quattro carceri. Dovevano esserci loro. Stesi per terra in un vicolo, con un lenzuolo bianco addosso. E ora che invece sono qui, davanti al mare di Nisida, vivi ma con pene talora lunghe da scontare, stanno imparando che “imbracciare un’arma - riflette il più timido - è sempre una scelta”. Con conseguenze irreversibili. Se lo fai, devi mettere in conto di poter morire da solo in qualche strada buia o - se ti va bene - di perdere la libertà dei tuoi 14-15 anni. Succede sempre più spesso. E con ragazzi sempre più piccoli. Adolescenti le vittime, adolescenti i killer.

La costa flegrea luccica di bellezza mitologica la mattina che arriviamo nell’istituto penale minorile di Nisida, il più famoso d’Italia, dopo il successo della serie tv Mare fuori. Le notizie di cronaca nera raccontano dell’ultima vittima giovanissima di una sparatoria per mano di un coetaneo. E della miriade di coltelli nascosti sotto felpe oversize, tanto che una scuola alla periferia di Napoli è arrivata a introdurre controlli col metaldetector.

I dati e le storie di questa quasi-isola, attaccata alla costa per un lembo, lo confermano: sono in crescita i reati contro la persona (omicidi, tentati omicidi, lesioni, violenze sessuali), rispetto a quelli contro il patrimonio - aggravati dalla violenza o dall’uso delle armi - che restano (per ora) prevalenti. Come è arrivato a una soglia record il numero delle presenze su questa collina, che dal 1934 ospita quello che un tempo si chiamava riformatorio giudiziario: i123 gennaio sono 75, quasi tutti italiani (62), la maggior parte al di sotto dei18 anni (41); in prevalenza hanno una “posizione mista”, come si chiama in gergo chi ha più vicende giudiziarie, già condannato per un reato e sotto processo per altri (nove quelli che stanno scontando una pena, nove gli imputati, sei gli indagati).

Non si arrivò a questo pienone neppure nei mesi della cosiddetta paranza dei bambini nel 2015, quando i minori arruolati dalla camorra divennero emergenza nazionale e si raggiunse il picco delle 6o presenze. Questa nuova condizione è testimoniata dal refettorio muto all’ora di pranzo: troppi i ragazzi per mangiare insieme. A riempirsi invece sono i prati sotto le finestre, con stoviglie di plastica lanciate dalle celle quale segno di disagio. Il dibattito sulle cause del sovraffollamento, che riguarda tutti gli Ipm (tanto che il ministro della Giustizia Nordio lavora all’apertura di altri quattro), è in corso.

Per l’associazione Antigone, è l’effetto della stretta del decreto Caivano del settembre 2023. Lo confermò in audizione il capo dipartimento per la Giustizia minorile, Antonio Sangermano: 835 ingressi nel 2021,1.142 nel 2023; 586 fino a giugno 2024. Da queste parti, in realtà, “più che gli ingressi sono aumentate le pene sempre più lunghe, segno - commenta il direttore Gianluca Guida- di condanne per reati gravi e sempre più spesso commessi in gruppo”. Una decina, però, gli over 18 trasferiti nell’ultimo anno da Nisida a strutture per adulti, uno degli aspetti toccati dalla norma. “Ora i ragazzi non hanno più rispetto nemmeno della loro vita”, sospira don Peppe, mentre finisce di preparare il gateau di patate.

Dal 1978 ne ha visti passare a centinaia e sa “che non è mai colpa loro”. “Non abbiamo più le porte girevoli, giovani che entrano ed escono subito”, riflette il direttore con l’esperienza di chi ha speso una vita per fanciulli con gli sguardi più grandi della loro età. Coni protagonisti delle storiacce che arrivano dall’altra parte del golfo, l’omicidio di Emanuele Tufano a ottobre, quello di Giovanbattista Cutolo l’anno prima, il diciassettenne musicista ammazzato a piazza Municipio; o con i tantissimi pronti a colpire coni coltelli, i ragazzi di Nisida condividono il contesto, un certo sentire e fino a qualche tempo fa il look.

D’altra parte, alcuni di loro come “Rosario, Venturino, Matteo, Brasile, Aniello, Nicola, Carmelo sono (stati) manovalanza impunita”, direbbe Diego De Silva. Anche loro stati Certi bambini e parlano come chi ha già troppa vita e troppi abbandoni alle spalle. “Se prima se coceva (se si fosse scottato prima), forse si salvava”, esordisce il più alto qui da sette anni. “Se scendi co’ fierro ‘ncuollo, o’ sai che po’ succedere”, esclama il più sincero. Se vai in giro con un’arma, sai che può succedere di usarla odi subirne i colpi. Oggi questi ragazzi lo sanno, di essere vivi anche perché arrestati prima. Perché ci sono contesti dove “ci si spara pe’ senza niente” (senza un’effettiva ragione). Là dove “vivi con l’idolo di chi fa più male odi chi ha le scarpe più griffate. Anche nel mio rione, siamo cresciuti con il mito di chi aveva le scarpe da 500 euro e la pistola.

E allora per darti importanza, ti ritrovi in qualcosa di più grande dite”, racconta il veterano della sezione a custodia attenuata, che sta affrontando un percorso di consapevolezza. In periferie dove dispersione scolastica, disoccupazione e povertà toccano percentuali maggiori che altrove, può diventare troppo facilmente un’opzione chi ti mette in mano “nu’ mezzo, ‘na pistola e nu poco e’ rispetto” (uno scooter, una pistola e un po’ di rispetto), ammise un altro ragazzo alla mamma di un coetaneo accoltellato. Qui si può trovare l’origine del rancore di giovanissimi che vengono accompagnati nel sapersi mettere dall’altra parte, quella della vittima.

Da dietro le grate di una finestra, una voce squillante chiede cosa significhi quell’espressione del magistrato: giustizia riparativi. “Quando provi ad aggiustare un po’quanto hai rotto col reato”, è la prima risposta che riceve da giù. Su questo promontorio - che fu lazzaretto durante la peste del Seicento, ergastolo con i Borbone - i ragazzi sono aiutati a riconoscere le emozioni. Una delle attività decisive affidate agli operatori degli istituti penali minorili.

“Quando ero piccolo, avevo un sacco di rabbia. Rabbia perché provavo dolore. Oggi la so gestire”, racconta un diciottenne con la storia tatuata sul bicipite. Anche il cane Libero “quando l’abbiamo trovato - ricordano i ragazzi - era molto arrabbiato”. Ora che è stato adottato da tutti loro è docile, ubbidiente. Festoso. Libero si ferma prima dei cancelli, del muro di cinta e delle grate che conducono al carcere vero e proprio. C on palazzine ocra, il campo di calcetto, la cappella multireligiosa, i mosaici con il teatro di Eduardo e l’etimologia di Nisida, la “piccola isola” che diventa approdo per far cambiare vita a questi pescetielli o muschilli (piccoli pesci o moscerini), vecchia metafora del dialetto napoletano per indicare giovanissimi in branco allo sbando. Qui trovano punti di riferimento.

“Mamma e papà ci hanno provato”, premettono, ad allontanare certe derive, ma fuori i genitori - quando non provengono da famiglie criminali - “sono soli”, riflette un operatore. Qui il lavoro di squadra consiste nel trovare il percorso giusto per ciascuno, attraverso la scuola innanzitutto (13 frequentano corsi di alfabetizzazione; n la scuola dell’obbligo; gli altri la secondaria di primo grado, il triennio alberghiero o percorsi per la ristorazione, secondo dati del dipartimento della Giustizia minorile e di comunità) e una formazione professionale, nel laboratorio di ceramica - coni San Gennaro, i Vesuvio e i corni richiesti soprattutto a Natale; l’edilizia, la pizzeria, il catering o la pasticceria, con i panettoni che hanno conquistato la nazionale di calcio. Laboratori visitati tre anni fa dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con l’allora Guardasigilli, Marta Cartabia. E nelle cucine del Quirinale due hanno effettuato uno stage. Con i numeri in crescita diventa sempre più difficile costruire il miglior percorso su misura, considerando che gli operatori sono sempre gli stessi (26 ufficialmente, sei le vacanze).

L’aumento poi degli stranieri, soprattutto magrebini (al momento 12), impone “cambiamenti nei percorsi trattamentali, per tener conto della loro cultura e del loro vissuto”, riflette Guida. Molti di loro sono “ragazzi fantasma”, dice, minori che raccontano di aver attraversato più Paesi “senza lasciare traccia. E quindi - aggiunge - non ne conosciamo davvero la storia, condizione essenziale per costruire la fiducia”, leva dei percorsi verso più libertà.

Dalla terrazza dell’Ipm da un lato si vedono i travagli di Bagnoli, con il suo acciaio arrugginito e gli annunci di riqualificazione, dall’altro il Parco letterario e naturale, curato col lavoro anche dei ragazzi di Nisida. Il vento porta le ultime notizie sull’ultimo ventenne accoltellato. Ma ora c’è la partita di pallavolo e “ce sta ‘o mare fore”.