di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 14 marzo 2026
Una seconda vita possibile. Una chance dopo la cella, non solo teoria ma sbocco credibile, concreto. Chi vuole, chi lo desidera davvero, ha la possibilità di costruirsi un futuro con le proprie mani. Lo hanno ribadito ieri mattina i vertici degli uffici giudiziari napoletani, ma anche i leader del mondo produttivo. Aula Arengario del Palazzo di giustizia di Napoli, c’è un piano fortemente voluto dal presidente di Corte di appello di Napoli Maria Rosaria Covelli, dal prefetto di Napoli e dal presidente uscente dell’Unione industriali Costanzo Jannotti Pecci: un piano che punta a garantire la formazione e la specializzazione dei detenuti che stanno scontando una pena, ma che accettano di interagire con programmi formativi.
Nautica, edilizia, artigianato sono i settori più attrattivi, secondo quanto emerge dall’incontro “Percorsi di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro delle persone detenute negli istituti penitenziari e di quelle in esecuzione penale esterna”.
Tocca alla presidente Covelli motivare così il progetto: “Siamo di fronte a un’occasione concreta per offrire nuove possibilità a chi, nella propria vita, è imbattuto nelle maglie della rete penale. Offrire lavoro significa offrire dignità, responsabilità e una prospettiva di futuro. Il tema del lavoro in ambito penitenziario non è soltanto una questione sociale, ma rappresenta anche uno strumento fondamentale per affrontare uno dei problemi più rilevanti del nostro sistema carcerario: il sovraffollamento. È noto, infatti, che una reale opportunità di inserimento lavorativo riduce enormemente il rischio di recidiva, con un evidente impatto sulla sicurezza della collettività”. Il presidente Covelli aggiunge: “Chi ha la possibilità di lavorare, di formarsi e di costruire una nuova prospettiva di vita difficilmente tornerà a commettere reati e quindi a rientrare nel circuito detentivo. Il fondamento di questo approccio si trova innanzitutto nella Costituzione”.
Più nello specifico, il presidente Covelli ripercorre un punto cardine della nostra civiltà giuridica: “L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L’appuntamento di oggi punta soprattutto su un approccio concreto: una formazione che sia realmente finalizzata all’inserimento lavorativo, mediante una sinergia istituzionale con le imprese del territorio”. Già le imprese. Sia il past president di Palazzo Partanna Jannotti Pecci, che il nuovo leader Acen Antonio Savarese entrano nel merito: “C’è fame di manodopera specializzata, con un percorso di formazione garantito da formatori e giudici di Sorveglianza, sarà possibile inserire i nomi dei detenuti nelle banche dati dei soci. Le forze produttive del territorio sono vicine alla magistratura e al prefetto per dare forza ad una riabilitazione vera”. Condivide in pieno il prefetto Michele di Bari, che è stato regista di questa possibilità di incontro tra due emisferi per troppi anni rimasti separati: “Dobbiamo mettere al centro l’uomo, il rispetto dei diritti fondamentali, che bisogna avere come patrimonio universale. In tal modo questi percorsi hanno una ricaduta anche in termini di prevenzione”.
Tocca al provveditore dell’Amministrazione penitenziaria della Campania Carlo Berdini: “Lavoro e formazione rappresentano elementi cardine del trattamento così come previsto dall’articolo 15 dell’ordinamento penitenziario. Incoraggiante è stata la risposta delle associazioni imprenditoriali che hanno sin da subito fornito la loro disponibilità all’iniziativa”. Spiega il giudice Patrizia Mirra, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, ufficio strategico che interviene a valutare la compatibilità dei progetti di formazione rispetto ai singoli detenuti: “La detenzione può e deve essere l’occasione per dare opportunità nuove e soprattutto gli strumenti per esercitare un’attività lavorativa, che resta la modalità principale per strappare i soggetti alla devianza, quasi sempre determinata da motivazioni economiche, costituendo nel contempo reale argine alla recidiva”. Non manca la voce di chi da anni lavora nelle frontiere più complesse, come Giulia Russo, Direttrice della Casa circondariale “Salvia” di Poggioreale: “Creare percorsi virtuosi e performanti finalizzati all’acquisizione di competenze da parte dei detenuti, spendibili nel mondo del lavoro, nei settori quali quello edile, della cantieristica Navale, dell’hospitality”.











