sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Maria Chiara Aulisio


Il Mattino, 6 ottobre 2020

 

Intervista a Don Franco Rapullino. "Io, parroco in quel rione negli anni 90: sono pochi i giovani che cambiano vita". "Che dire? Niente di nuovo sotto il sole, ormai nemmeno mi sorprendo più quando sento il racconto di episodi tragici come quello di sabato scorso in via Duomo. È morto un ragazzino di 17 anni? Non è il primo e non sarà l'ultimo, lo dico senza alcuna difficoltà. In questa città perfino l'aria è fetida. Puzza di camorra e criminalità".

Don Franco Rapullino, ad Assisi in occasione della beatificazione di un ragazzino di 15 anni, Carlo Acutis, morto in tre giorni di leucemia fulminante - che sarà beato per le opere e i miracoli accertati - è stanco di assistere impotente alla fine di una città senza scampo e senza futuro.

Sì, Rapullino, proprio lui, quello della famosa frase - "fujtevenne 'a Napule" - pronunciata quando, da giovane e tenace parroco nella chiesa di Santa Maria della Pace ai Tribunali, celebrò il funerale del piccolo Nunzio Pandolfi, e di suo padre Gennaro - autista del clan Giuliano e vero obiettivo dell'agguato. Era il 18 maggio del 1990, di anni ne sono passati parecchi, ma don Franco - oggi alla guida della parrocchia di San Giuseppe alla Riviera di Chiaia - non perde smalto, veemenza e lucidità nell'analisi di ciò che accade sotto gli occhi di tutti.

 

Ancora un minorenne coinvolto in una rapina che perde la vita...

"Non mi meraviglio. Mi dispiace ma è così".

 

Vuole dire che ci ha fatto l'abitudine?

"Non solo io, immagino. Credo un po' tutti. Napoli, per quanto mi riguarda, è senza speranza, non c'è salvezza, e la sparatoria dell'altra notte ne è solo l'ennesima dimostrazione".

 

"Niente di nuovo sotto il sole". Lo ha detto lei...

"È una frase biblica contenuta nel libro dell'Ecclesiaste "niente di nuovo sotto il sole". Com'era vent'anni fa, così è oggi. Quello che facevano i padri adesso lo fanno i figli e poi toccherà ai nipoti loro, ai pronipoti e a tutti quelli che vengono appresso".

 

Una delinquenza ereditaria, insomma...

"Diciamo pure che le colpe dei padri non devono ricadere necessariamente sui figli, per carità: e manco è detto che se i genitori sono due delinquenti devono esserlo per forza anche loro. In tanti anni a Forcella ne ho visti più d'uno di giovani legati a famiglie di camorra che, per fortuna, hanno preso altre strade. Grazie anche all'impegno di noi parroci".

 

Ma sono casi rari...

"Quando il contesto in cui crescono questi ragazzi è ad alto tasso criminale la tentazione di andare avanti su quella strada è assai forte".

 

Come è successo ai due giovani che hanno messo in atto la rapina in via Duomo...

"Il fascino del danaro facile è irresistibile. Per soldi si fa qualunque cosa. Sono stato parroco a Forcella negli anni 90, oggi mi ritrovo a esserlo a Chiaia: tutto uguale, non è cambiato niente".

 

Sta dicendo che Chiaia è come Forcella?

"Pure peggio".

 

Addirittura?

"Il "virus", e non parlo del Covid, si respira ovunque. L'aria qui a Napoli è talmente metifica che anche le cosiddette persone perbene sviluppano una tendenza delinquenziale. Il titolo di professionisti non li rende immuni da comportamenti ai limiti della legalità. Probabilmente si nascondono meglio di altri ma il marcio è uguale".

 

Fa riferimento a qualche episodio in particolare?

"C'è una frase dello storico Fabio Torriero che recita così: "La società toglie Dio dalla storia degli uomini. Per questo siamo in crisi". E siamo tutti in crisi, da Forcella a Chiaia. Anzi qui c'è una indifferenza religiosa che a Porta Capuana non ho mai visto. La gente è convinta di non avere bisogno di Dio, pensano di riuscire a fare tutto da soli".

 

Ha detto che a Chiaia si "nascondono meglio". In che modo?

"Più soldi, più possibilità, più arroganza. Faccio un esempio: se i figli devono divertirsi, ovvero bere, fumare, per non parlare d'altro, mettono a disposizione le loro belle ville dove i ragazzi fanno quello che vogliono e nessuno sa niente e vede niente. Ma l'illegalità è la stessa che si consuma altrove, sotto gli occhi di tutti solo perché le case per i party non le tengono".

 

Che fare?

"Sono abbastanza scoraggiato. Vedo più risultati in Africa, dove vado a dare una mano alle missioni, che nella chiesa di San Giuseppe qui alla Riviera. Noi sacerdoti ci ammazziamo di lavoro inutilmente. C'è un degrado morale e spirituale ormai diffusissimo".

 

Nessuna possibilità di salvezza?

"Sono ad Assisi per pregare, e venerare, il nome di questo ragazzino che il 10 ottobre, nella Basilica di San Francesco, sarà proclamato beato. In rete si trovano le sue foto. Riccioli neri, sorriso dolce, aria sbarazzina. Un adolescente sereno come tanti. Diventerà beato. E a lui che va il mio pensiero. Sì, sono convinto che chi sceglie di rimettere ordine nella propria vita potrà salvarsi".