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di Mario Pepe


Il Roma, 30 dicembre 2019

 

Intervista a Valentina Ilardi, psicologa della Pastorale: "Poggioreale non può pensare di creare una vita diversa ai reclusi". "Il carcere? È quella fetta di società della quale ci dimentichiamo. In carcere non c'è vita da nessuna parte". A dirlo è Valentina Ilardi, psicologa della Pastorale carceraria, che ormai da lustri si occupa della condizione dei detenuti nel carcere di Poggioreale. "E lo dico lontana da ogni pregiudizio, perché chi lavora accanto a loro non può averne anche se io ho iniziato questa esperienza piena di pregiudizi".

 

Come mai ha deciso di intraprendere questo cammino di vicinanza a chi è recluso?

"Essenzialmente per la curiosità di vedere là dentro chi ci fosse. E mi sono subito accorta che queste persone sostanzialmente non vivevano. Chi decide di intraprendere questo tipo di attività al fianco dei detenuti finisce inevitabilmente per essere testimone di quanti pregiudizi ci sono e degli ostacoli che vengono creati".

 

Qual è, anche in base alla sua esperienza, l'idea che si fa chi è esterno al carcere, il cittadino comune?

"Innanzitutto c'è l'idea che chi ha commesso un reato anche la galera è poco. E c'è anche chi dice che le persone recluse sono mantenute da noi. Insomma, una serie di visioni distorte che finiscono anche per allontanare la realtà circostante da quella vissuta all'interno di un penitenziario".

 

Chi, invece, come lei conosce cosa è il carcere come giudica questo mondo?

"Chi lo conosce dice che è troppo così com'è. Anche se, naturalmente, non è che può essere abolito, nessuno chiede questo. Ma soprattutto Poggioreale non è un carcere che può ospitare delle persone e pensare di creare per le stesse una vita diversa. Per questo motivo occorre ripensare totalmente questo tipo di strutture nell'ottica di una visione più umana".

 

Qual è l'approccio con chi ha un vissuto carcerario da parte di chi opera nel mondo del volontariato?

"Beh, bisogna valutare attentamente chi si ha di fronte ci si prende tempo per capire chi si ha di fronte per valutarne anche le potenzialità. Il più delle volte non guardiamo al reato quando ci avvinciamo a queste persone ma a quello che loro possono dare".

 

In questo senso, Poggioreale che tipo di condizioni può creare affinché ci sia una migliore vita per i detenuti?

"Non le può creare perché è una delle carceri più sovraffollate del territorio italiano e ha ospiti che sono più del doppio della capienza. E a questo si aggiunge anche la scarsità di risorse che non sono nemmeno sufficienti per la capacità della struttura stessa di contenere la popolazione. Non parlerei, però, di un difetto di direzione".

 

Il problema può essere più formativo, se così si può dire?

"Sicuramente chi opera all'interno del penitenziario va "mentalizzato", se così si può dire, diversamente. Ma mi rendo che anche gli agenti di polizia penitenziaria sono sovraffaticati. Tutto ciò porta malessere su tutti i fronti. E quanto entri vedi reparti chiusi, umidi e malridotti".

 

La politica ha quasi sempre visto il carcere come un luogo dove rinchiudere chi delinque per tenerlo lontano dalla società...

"Sicuramente, perché è più comodo pensare che queste persone che hanno sbagliato rimangano chiude lì dentro e in condizione di non nuocere".

 

Il problema è che, poi, molti escono una volta scontata la pena e si trovano a fare un vero e proprio salto nel buio...

"Non solo escono, direi, ma spesso sono anche incattiviti. E ci sono persone che si affiliano ai clan, visto che il penitenziario è uno dei luoghi più adatti per il reclutamento delle cosche. La politica si è solo preoccupata negli anni di togliere chi sbagliava dalle strade, abbandonando le persone a se stesse. Con il risultato questi una volta usciti non sanno cosa fare. Dentro ci sono reclusi che non sanno fare nulla e se qualcuno ha potenzialità gli viene negata un'opportunità. La politica è cieca anche verso strutture come quella della quale faccio parte, la Pastorale carceraria, che accoglie detenuti in regime domiciliare o ex. E queste persone spesso non vanno via per tornare nella società perché non hanno dove andare o perché non vogliono tornare all'esterno. E queste paura può sfociare o in suicidi o nel perdere completamente il contatto con la realtà. Abbiamo avuto persone che avevano affrontato una lunga detenzione che non sapevano nemmeno che esistessero i telefoni cellulari".

 

Insomma, il vostro compito è arduo...

"Sicuramente. Ma ci sono tanti ostacoli. Basti pensare, per esempio, alla normativa che prevede l'abbattimento delle tasse per chi assume. Ma ci sono tanti lavori che i detenuti non possono fare perché non si devono avere procedimenti penali. E c'è sempre il pregiudizio di chi non si fida".

 

Qual è il suo bilancio dell'attività che svolge?

"Al di là delle difficoltà delle quali parlavo, è sicuramente positivo. Specie quando riscontriamo i risultati di chi è in affidamento in prova ai servizi sociali. Qualcuno si inventa lavoro in base alle proprie conoscenze e noi soddisfatti dei risultati raggiunti. Ed è quello che ci rende sempre più determinati ad andare avanti".