di Antonio Mattone
Il Mattino, 21 luglio 2022
A Napoli non si può sognare, se sogni “t’arragge ncuorpo”, mi dice sconsolato un ragazzo ventenne, che chiameremo Ciro, rinchiuso nel carcere di Poggioreale. Cioè se provi ad immaginare un futuro per realizzarti, ti prende una grande rabbia dentro di te. Nel dibattito sulla violenza giovanile, forse quella che è mancata è la voce di questi adolescenti perduti e spietati, finiti nel vortice della violenza e della delinquenza.
Quale malessere covano fino a spingerli a compiere gesti così brutali? Qui non si tratta di trovare giustificazioni, ma di provare a capire, perché è davvero difficile comprendere come dei ragazzini possano essere responsabili di comportamenti tanto efferati.
Ciro è sorpreso che qualcuno voglia chiacchierare con lui, “qui nessuno ti sente - mi dice - nessuno si interessa a quello che hai dentro”, e inizia a raccontare. Sognava di diventare un rapper, abile nel cimentarsi con il “freestyle”, ha cominciato a seguire alcuni rapper emergenti. Ma per sfondare in questo mondo occorrono disponibilità economiche. Lui non aveva grandi possibilità, e per racimolare qualche soldo lavorava in una cornetteria. Ma a un certo punto, stanco di essere sfruttato dal suo datore di lavoro, ha smesso di portare cornetti in giro ed è finito col perdersi. Con il padre sempre assente e la madre che si massacrava di lavoro per portare avanti la famiglia, il ragazzo è cresciuto senza la guida dei genitori. “Non mi mancavano solo i soldi, ma anche l’attenzione di qualcuno”, dice con un filo di voce. Certo bisogna poi spiegare a Ciro che i sogni non sempre si avverano e spesso restano tali.
Questi giovani in cerca di identità e di considerazione provano ad emergere e a cercare un riscatto sociale, conformandosi alla realtà che li circonda. “Una volta i boss erano i grandi e i giovani stavano al posto loro - continua il giovane detenuto - poi vedi un ventenne che diventa capoclan e allora anche i piccoli hanno cominciato a pensare che potessero ambire alla scalata criminale”.
Prendiamo ad esempio il caso della dodicenne sfregiata perché aveva deciso di lasciare il fidanzatino. Quanti casi di violenza sulle donne registriamo in questi anni, da parte di uomini di ogni categoria sociale! Ed ecco la grande responsabilità del mondo degli adulti.
E poi non sono forse i grandi a vendere coltelli e armi improprie ai minorenni senza che venga esercitato alcun controllo su questi venditori senza scrupoli? Il coltello è la cosa più facile da trovare a Napoli, mi dice un altro ragazzo. E racconta che si riforniva in una uccelleria, dove per pochi soldi aveva comprato una scacciacani e uno sfollagente.
La violenza minorile è un fenomeno complesso che richiede interventi articolati e multidisciplinari. Le risposte securitarie che tanti invocano danno solo l’illusione di poter incidere. Non è pensabile di risolvere il problema della devianza giovanile abbassando l’età imputabile. Possiamo immaginare cosa sarebbe un carcere pieno di bambini, con un sistema penitenziario autoreferenziale e poco interessato al riscatto e al reinserimento dei detenuti: solo una precoce scuola del crimine. E poi le recenti vicende di cronaca non hanno mai riguardato minori con meno di 14 anni.
Certo esiste anche la responsabilità personale, e chi commette un reato deve prenderne coscienza, magari in silenzio, senza invocare scuse e richieste di perdono pubbliche con il coltello ancora sporco di sangue.
La questione culturale assume una grande importanza non solo per le serie tv o per i modelli commerciali che vengono proposti ai giovani, ma anche per quello che riusciamo a trasmettere con i nostri valori e gli esempi di vita vissuta. Se è vero che esiste una sub-cultura giovanile che si ispira a comportamenti violenti, ugualmente assistiamo ad una resa del mondo degli adulti. Troppo spesso si oscilla tra il difendere a spada tratta i propri figli, soprattutto nel mondo della scuola e, nello stesso tempo, ci si deresponsabilizza lasciando fare quello che si vuole senza intervenire più di tanto.
Si, proprio la scuola è il fronte da cui partire, dove si possono intercettare disagi e inadempienze. E dove si possono costruire relazioni e interessi che appassionino questi ragazzi. Quella scuola che da qualche anno sembra un fortino sotto assedio. Lo stesso Ciro mi ha parlato di una insegnante che credeva in lui, ma che una volta presa la terza media, ha perso di vista. Qui allora emerge la grande responsabilità di non intraprendere azioni sinergiche di fronte al fenomeno dell’abbandono scolastico, nonostante i ripetuti allarmi che sono stati lanciati da diverse parti. E’ una voce che grida nel deserto, come resta inascoltato il grido inespresso di tanti giovani che non riescono a sognare un futuro diverso, e a cui resta solo un grande carico di rabbia dentro.










