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di Laura Aldorisio


Corriere della Sera, 2 febbraio 2021

 

Finora hanno aderito al progetto dodici giovani: ripulita e restaurata la vecchia cisterna che oggi ospita i corsi di teatro. Chi ha distrutto può costruire. Questo si impara a Nisida, al carcere minorile sul golfo di Napoli. Lo racconta Felice Iovinella, architetto, ma anche insegnante di Laboratorio edile ai ragazzi detenuti. All'inizio era previsto solo un corso in sicurezza sul lavoro di tre mesi. È diventata un'avventura lunga nove anni che sta riportando allo splendore originario molti locali del castello angioino trasformato in riformatorio. Dopo tre anni di formazione i ragazzi che lo desiderano possono anche ottenere la qualifica di operaio edile. Tutto è iniziato da un'osservazione, che sembrava nulla, e, invece, è diventata la strada.

"Nove anni fa una delle guardie di ingresso mi stava accompagnando nell'ufficio del direttore del carcere per discutere del programma del corso con la cooperativa Consvip. Mentre camminavo ho visto in uno scorcio un locale in disuso che avrebbe avuto bisogno di restauro". È così che, quando il direttore lo presenta ai ragazzi, Felice si rende conto che non si sarebbero mai accontentati di restare seduti a vedere sfide. Avevano bisogno di fare e l'opera da ricostruire era a portata di mano: il carcere stesso.

"Abbiamo dovuto rivedere i nostri programmi chiedendo al direttore il permesso di far partire un vero cantiere. Lui ha accettato subito". In una settimana tutto era pronto. La realizzazione stessa del cantiere è stata una lezione pratica: montare il ponteggio, il ruolo della tavola in quella posizione, le attrezzature necessarie. Aderiscono da subito dodici ragazzi, una buona percentuale dato che il carcere conta una presenza di settanta ragazzi dai 14 ai 25 anni.

"Alcuni conoscenti mi chiedevano "Architè ma per tre mesi vale la pena uno sforzo simile?" manifestando così il pregiudizio che si potessero meritare una possibilità". I ragazzi, intanto, erano entusiasti. Ma Felice non aveva messo in conto le difficoltà del contesto. "Ogni mattina si faceva l'elenco degli attrezzi e li si contava. E così la sera. A me sembrava una perdita di tempo. Ma era necessario. Solo che con il passare dei giorni questo fattore mi preoccupava sempre più e dicevo ai ragazzi "hai rimesso a posto l'attrezzo?", "mi raccomando non farti male". Ma tutelare non significa insegnare".

Lo capisce un giorno quando accade un fatto che stravolge il suo pensiero e il cantiere. Il primo lavoro era suddiviso in due fasi: distruttiva, cioè scrostare alcune pareti, e costruttiva, dipingerle. Alla prima avevano partecipato tutti, alla seconda molti meno. "Mi sono accorto che uno di loro stava in disparte. Ho domandato a uno dei ragazzi di fargli vedere come fare. "No, non mi puoi chiedere questo", mi ha risposto perché quel compagno non era della sua cerchia".

Eppure, dopo qualche minuto in silenzio gli ha preso il braccio e gli ha mostrato il gesto giusto. "Quello che pensava di non essere capace mi ha detto: "ora so farlo". Ho imparato che insegnare non è solo far rispettare le norme, ma che qualcuno mi prenda la mano e mi conduca". Il cantiere, così, è il luogo di grandi scoperte personali e materiali. Durante il ventennio fascista erano state abbattute alcune mura del carcere, ma Nisida è un'isola dalle strade strette e smaltire i detriti era un impegno gravoso. Alcuni locali, allora, erano stati riempiti di scarti. Come era accaduto alla grande cisterna che oggi, grazie ai ragazzi, è stata ripulita e ospita il laboratorio teatrale.

"Tutti i lavori sulla parte più vecchia rispettano le tecniche del restauro e favoriamo il pieno recupero dei materiali". Come nel caso della cisterna, i detriti sono stati battuti e lavorati diventando la pavimentazione dei locali. "Di cantieri ne ho fatti tanti, ma questo è il mio preferito. I ragazzi acquisiscono tecniche utili ma non solo. Mentre lavorano, sgranano gli occhi e dicono "ero solo capace di fare reati e ora siamo capaci di costruire una cosa bella".