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di Raffaella Calandra

Il Sole 24 Ore, 27 ottobre 2024

Le reazioni dei minori detenuti, dopo l’omicidio di Emanuele Tufano a Napoli. “Così si rischia di morire a 15 anni”. Potevano esserci loro. Al posto di Emanuele Tufano o al posto di chi l’ha ucciso a 15 anni, l’altra notte nel centro storico di Napoli. Potevano esserci loro, sia da una parte che dall’altra. Stesi per terra con un lenzuolo bianco addosso e molteplici buchi in corpo. Oppure indagati, dopo aver impugnato una o più armi, sempre più potenti, sempre più facili da trovare anche da parte di chi non ha fino in fondo la consapevolezza né del loro uso né delle effettive conseguenze. Loro sono i ragazzi dell’Istituto penale minorile di Nisida e con i protagonisti dell’ultima drammatica storia di cronaca nera, consumata nella notte tra il 24 e il 25 ottobre nel centro storico della città, o con i protagonisti di tutte le altre più o meno note degli ultimi anni, condividono l’età, il modo di parlare e il contesto di provenienza. Un tempo, neanche troppo lontano, anche il taglio di capelli e il modo di pensare.

L’Ipm di “Mare fuori” - Così oggi lo sanno benissimo, che avrebbero potuto davvero esserci loro, immobili a terra, senza vita. Dall’altra parte, invece, dalla parte dell’autore del reato, ad un certo punto in effetti ci sono stati, per vicende altrettanto terribili o per altri reati comunque assai gravi e per questo ora sono qui, in quest’isola che non è più del tutto staccata dalla terra e che dal 1934 ospita il carcere minorile più famoso d’Italia, dopo il successo della serie “Mare fuori”; dopo essere stata nei secoli lazzaretto durante la peste del Seicento, ergastolo con i Borbone e in origine, con un balzo indietro di oltre duemila anni, luogo d’elezione di aristocratici romani, come Bruto, alla cui villa sono attribuiti i resti delle antiche mura incorporate in tutto il resto.

Arrivo all’ipm di Nisida, in questo venerdì di fine ottobre per un altro progetto di cui potrete leggere presto su IlSole24ore. Ma l’attualità, con le tinte più fosche, entra d’impeto nel dialogo con questi adolescenti o poco più che incontro, insieme all’infaticabile direttore e al resto della sua squadra. “Se scendi co’ fierro ‘ncuollo è normale che può succedere”, esclama il più sincero dei ragazzi dopo qualche minuto di incertezza. (“Se vai in giro con una pistola, metti in conto di usarla”, ndr. E quindi metti in conto di sparare a qualcuno o di finire tu, ferito a morte). “Se prima se coceva, forse si salvava”, aggiunge il più alto, che sta qui già da sette anni e ne ha ancora un po’ davanti a sé. (“Se si fosse scottato prima, forse si sarebbe salvato”, ndr).

Non chiarisce se si riferiva ad Emanuele, che è morto, o a chi l’ha ucciso: le prime ipotesi investigative puntano su un altro quindicenne, quale possibile killer, insieme ad un complice di due anni più grande, in un contesto di scontro tra bande di quartieri diversi. Non lo chiarisce e la riflessione - in un certo senso - può valere per entrambi. Essere fermati per tempo, per certi bambini con la pistola, può fare la differenza tra la vita e la morte. Alcuni di loro oggi lo sanno, di essere vivi anche perché sono stati arrestati prima. Quasi per caso. Come per caso è invece morto Giovanbattista Cutolo, Giogiò, il diciassettenne musicista assassinato a piazza Municipio l’anno scorso o come altri ancora prima di lui.

I contesti di provenienza - In alcuni contesti, “dove cresci con l’idolo di chi fa più male o di chi ha le scarpe più griffate, ci si spara per senza niente (anche senza una vera ragione, ndr)”, raccontano i ragazzi. “Anche nel mio quartiere siamo cresciuti con il mito di chi aveva le scarpe da 500 euro e la pistola. E allora per darti importanza, per avvicinarti a quell’idolo ti ritrovi in qualcosa più grande di te”, è la considerazione di chi oggi sta affrontando complessi e faticosi percorsi di consapevolezza. Nel deserto delle occasioni di certe zone, in particolare laddove dispersione scolastica, disoccupazione e difficoltà economica toccano percentuali maggiori che altrove, può diventare troppo facilmente un’opzione chi ti mette in mano “nu’ mezzo (uno scooter, ndr), ‘na pistola e ‘nu poco e’ rispetto”, come disse un altro quindicenne detenuto qui qualche anno fa durante l’incontro con la mamma di un’altra giovane vittima della violenza di giovanissimi. Qui ci può essere una delle origini del rancore di questi giovanissimi, che nell’Ipm imparano però anche che imbracciare un’arma è comunque sempre una scelta. Più o meno consapevole.

La rabbia e la scelta - “Quando ero piccolo, avevo un sacco di rabbia. La rabbia perché ho provato il dolore: questa è l’emozione che ho imparato a riconoscere. Oggi la so gestire”, racconta il più muscoloso dei ragazzi che incontro, con la sua storia tatuata sul bicipite. Delle emozioni ha imparato a parlare dopo una serie di incontri, che vanno al cuore di quel ribollire complesso di certi adolescenti che abbandonati per strada senza obiettivi possono diventare una pentola a pressione. Anche Libero, il cane mascotte che accompagna ogni passo, “era molto arrabbiato quando l’abbiamo trovato, abbandonato da chissà chi”, mi raccontano. Ora che è stato “adottato” da tutti loro è buonissimo, ubbidiente e mansueto.

Il sovraffollamento dell’Ipm - In questo momento nell’Ipm di Nisida ci sono numeri che non furono raggiunti nemmeno nei mesi più difficili della stagione della cosiddetta “paranza dei bambini”, quando - intorno al 2015-16 - il fenomeno dei minori arruolati dalla camorra - e poi di una crescente criminalità minorile - si impose come emergenza e gli arresti fecero raggiungere il picco delle 60 presenze. Al momento sono settantasei gli ospiti: solo una manciata in custodia attenuata, tutti gli altri nel perimetro del carcere vero e proprio. Con le mura di cinta, i ripetuti cancelli, le grate alle finestre e i panni stesi - come in ogni carcere - a chiudere lo sguardo sul mare luccicante di quest’intarsio della costa flegrea, che mostra contemporaneamente tanto i suoi fallimenti quanto le sue ricchezze.

Nisida e la costa flegrea - Il travaglio di Bagnoli, con l’acciaio arrugginito dell’Italsider e gli ultimi progetti di riqualificazione e - dall’altra parte della costa - la bellezza abbacinante del Parco letterario e naturale di Nisida, inserito nei percorsi del Fai, curato col lavoro anche di alcuni di questi ragazzi. Il tutto nella zona rossa dei Campi Flegrei per rischio vulcanico, come ricorda la presenza di un geologo impegnato in sopralluoghi.

Detenuti sempre più piccoli - Se da diversi anni la criminalità organizzata arruola manovalanza minorile, “diventano sempre più piccoli i nostri ragazzi”, conferma il direttore dell’Ipm, Gianluca Guida, una vita spesa per questi fanciulli con troppa vita e troppi abbandoni già alle spalle. La maggior parte hanno condanne definitive, ma non tutti, e con i numeri delle presenze in aumento, con gli stessi spazi e gli stessi operatori (26 le presenze effettive; 6 le vacanze), diventa sempre più complesso costruire il percorso più adatto per ciascuno dei ragazzi attraverso i tanti laboratori attivi nell’istituto visitato tre anni fa anche dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, insieme all’allora Ministra della Giustizia, Marta Cartabia: dalla pasticceria alla pizzeria al catering, dalla ceramica all’edilizia all’artigianato.

I percorsi scolastici - Oltre, ovviamente, ai percorsi scolastici: 13 frequentano corsi di alfabetizzazione; 11 scuola dell’obbligo; 6 secondaria di primo grado; 13 il triennio alberghiero; 15 il percorso di operatore nella ristorazione; 5 i corsi di ammissione alla maturità, secondo i dati - aggiornati a metà settembre - dell’ufficio statistiche del Dipartimento della giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia.

Pene più lunghe - Sono sempre più piccoli e restano sempre più a lungo, segno di condanne lunghe per reati gravi. “Da tempo non abbiamo più le cosiddette “porte girevoli”, ragazzi che entravano ed uscivano in poco tempo”, racconta il direttore Guida. “Ora hanno condanne più impegnative, la maggior parte per reati contro il patrimonio - aggravati dalla violenza e dall’uso delle armi- ma sono sempre di più anche quelli arrestati per reati contro la persona, omicidi, tentati omicidi, violenze”.

Più stranieri - Un cambio - insieme all’aumento delle presenze di stranieri, soprattutto maghrebini, in una maggioranza che resta di giovani napoletani - che porta anche a dei cambiamenti nei percorsi trattamentali per “saperli accompagnare nella fase complessa dell’adolescenza, guardando oltre il contingente”. Da dietro le grate di una finestra, al secondo piano, una voce squillante chiede al direttore cosa significhi quell’espressione che si è ritrovata tra le comunicazioni del magistrato: “giustizia riparativa”. “Quando provi ad aggiustare un po’ quello che hai rotto”, è la prima risposta - di cornice - che riceve da giù.

Sovraffollamento e disagio - Percorro insieme al direttore e al comandante i viali dell’Ipm, tra palazzine color ocra, un campetto di calcio, la cappella, muretti decorati con mosaici e prati pieni - ad ora di pranzo - di stoviglie e bottiglie di plastica buttate dall’alto, da celle sovraffollate. Un modo per denunciare il proprio malessere. Il dibattito sulle cause del sovraffollamento, che non riguarda solo questo Ipm, è aperto e articolato. Per l’associazione Antigone, porta dritto agli effetti del decreto Caivano. Almeno da queste parti, in realtà, gli operatori in realtà non ne sono convinti per ora, analizzando i numeri. Ma in questa giornata sono impegnati soprattutto a far fronte alle diverse esigenze e alle molteplici problematiche che ciascuna di queste giovani vite ha dietro di sé e della loro gestione nell’insieme.

I percorsi di consapevolezza - Alcuni ragazzi hanno avviato un cammino per la presa di coscienza del loro agire violento. “Provando a capire anche le emozioni della vittima e dei loro familiari. Allora non ci pensavo proprio”, raccontano due di loro. Allora è il momento del reato. Oggi, è il tempo della pena da scontare, della consapevolezza delle azioni, ma anche della speranza. Con una formazione, qualche lavoro - come quello che fa guadagnare 500 euro a chi è stato assunto dalla cooperativa “Nesis, gli amici di Nisida”, che realizza oggetti di ceramica gettonati soprattutto come regali natalizi; o chi ha avuto l’occasione di frequentare uno stage con famosi pasticceri, come Rolando Morandini.

L’isola approdo - Ecco che allora questa “piccola isola”, secondo l’etimologia del nome Nisida dal greco antico, può essere davvero il primo vero approdo, per provare a cambiare vita e “capire anche il male che hai fatto”, dice uno dei “pescetielli” o “muschilli” (piccoli pesci o moscerini), come vengono chiamati in dialetto napoletano i giovanissimi che si muovono in branco nei vicoli sovraccarichi di turismo o al servizio dei clan. Qui trovano dei punti di riferimento negli educatori e in tutta la squadra dell’Ipm. Fuori, i genitori - quando non provengono da famiglie criminali - “sono soli”, riflette uno degli operatori. I ragazzi annuiscono, a voler dire che mamma e papà ci avevano provato a fargli evitare certe derive. Le notizie di cronaca nera della città rimbalzano velocemente sull’isola: c’è un altro ventenne ferito. Ma c’è anche la partita di palla a volo che sta per cominciare. E c’è il mare fuori e la bellezza, che aiuta a curare.