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di Antonio Mattone

 

Avvenire, 28 maggio 2020

 

Si racconta che nei giorni in cui è scoppiata la pandemia, la moglie di un detenuto si sia presentata all'ingresso del carcere di Poggioreale chiedendo quando uscisse il marito. Alla domanda dell'agente di turno se fosse sicura che il marito dovesse essere liberato, la donna gli ha risposto con fare sicuro: "Sì, certo, mi ha telefonato poco fa!".

Il fenomeno della presenza dei telefonini cellulari all'interno delle celle è più diffuso di quanto si possa pensare. Vengono introdotti nelle carceri, per lo più dai familiari, quando vengono a far visita ai propri congiunti. Sono di dimensioni minuscole, ma si collegano ad internet e possono fare anche video, come quello girato recentemente nelle celle di Bellizzi Irpino che è diventato virale in rete. Assieme alla droga, questi mini dispositivi sono la spina nel fianco degli agenti addetti ai controlli.

Qualche settimana fa, nel carcere di Secondigliano, è stato addirittura usato un drone per farli arrivare ai detenuti, e solo un'avaria al piccolo apparecchio radiocomandato ha fatto scoprire l'incursione. Probabilmente, alla base della rivolta dell'8 marzo nel carcere napoletano, più della rinuncia forzata ad incontrare i propri affetti, c'è stata la conseguente mancanza di "rifornimenti" illeciti. Bisogna anche dire che quella sommossa è stata capeggiata da un numero circoscritto di carcerati, che però sono riusciti a trascinarne negli scontri altre centinaia, provocando la devastazione della parte destra dell'istituto.

Impianti elettrici e antincendio, vetrate, infermerie e suppellettili, sono stati letteralmente distrutti. Tuttavia, più della metà degli ospiti di Poggioreale non ha preso parte alla sommossa, e c'è anche chi ne ha preso le distanze, condannando le distruzioni e le violenze. Qualcuno ha compreso che le misure restrittive, come la sospensione dei colloqui, sono state prese per tutelare essi stessi e i propri familiari, ed oggi che si intravede una riapertura, seppur parziale, delle visite con i parenti è pronto a rinunciarci.

"Una volta tanto voglio fare una cosa buona per la mia famiglia - mi dice Salvatore - non voglio metterli a rischio di farli contagiare". Hanno apprezzato la novità delle videochiamate e sperano che questa modalità possa continuare anche in seguito. Alcuni detenuti si sono offerti di donare il sangue, altri invece hanno avviato una raccolta di soldi, 1.607 euro, già consegnati alla direzione dell'ospedale Cotugno.

Sono informati e seguono con attenzione le vicende della pandemia, nei loro discorsi si sente parlare di "Fase 2" e si spera nell'efficacia del plasma per fermare il Coronavirus. Sensibilità e disponibilità dimostrate prevalentemente nei reparti contrassegnati da un alto tasso di trattamento, come il padiglione Genova. Si tratta dei reclusi che sono più seguiti e che partecipano a progetti di reinserimento e di risocializzazione.

Questa è la dimostrazione che per interrompere il contagio della violenza e per attivare veri percorsi di riscatto, occorre investire in iniziative di recupero efficaci, che abbiano un impatto vero sulla vita delle persone. Qualcuno di questi detenuti ha parlato di "modello Genova", parafrasando la ricostruzione del ponte nel capoluogo ligure al reparto di appartenenza.

Ma qui non si tratta di erigere nuove costruzioni, ma di creare ponti tra il prima e il dopo la detenzione, per poter riprendere o iniziare una vita onesta. Per fare questo c'è bisogno di incrementare il numero di operatori penitenziari.

Finalmente, dopo oltre 25 anni, è stato bandito il concorso per i direttori, e adesso occorre potenziare la presenza di educatori, psicologi e assistenti sociali.

Chi è stato trascinato nei disordini di marzo, l'ha fatto per paura dei capo rivolta o per emulazione. "Ho chiesto ad uno dei rivoltosi perché avesse partecipato alle violenze, mi dice un detenuto, ma non mi ha saputo rispondere, non lo sapeva neanche lui".

Oggi a Poggioreale c'è un clima di ripresa, e fervono i lavori per ricostruire le zone distrutte. Anche gli agenti sono coinvolti in questa atmosfera di rinascita, non hanno reagito alle violenze con violenza, come sarebbe potuto accadere alcuni anni fa. Tuttavia c' è anche chi, gravemente malato, con un residuo di pena di 30 giorni da scontare, si è visto respingere l'istanza per poter trascorrere le ultime settimane della pena in detenzione domiciliare.

"Forse perché non sono un mafioso", mi dice con amarezza. Questo spaccato è la dimostrazione che c'è bisogno di un approccio e di un impegno diverso nell'occuparsi delle carceri, di cui sentiamo tanto parlare solo quando accadono rivolte o ci sono vicende che riguardano mafiosi e camorristi. E sono pervase da un silenzio assordante quando si tratta di mettere in campo azioni per recuperare esistenze marginali segnate dal disagio e dal male.