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di Giuseppe Crimaldi

Il Mattino, 5 aprile 2025

È il terzo caso nei padiglioni della Campania, sos del Garante: “Intervenire subito al fianco dei deboli”. Poco più di un mese fa aveva deciso di iniziare un percorso di collaborazione con la giustizia, e per questo dal carcere di Santa Maria Capua Vetere era stato trasferito in quello di Secondigliano. Giovedì mattina Pietro Ligato - 53enne di Pignataro Maggiore, figlio del boss Raffaele (morto nel 2022 nel carcere di Milano Opera) e di Maria Giuseppa Lubrano sorella dell’altro capoclan Vincenzo Lubrano) - è stato trovato morto nella sua cella di isolamento: aveva una busta di nylon stretta al collo con una striscia di lenzuolo. A scoprirlo sono stati gli agenti della Polizia penitenziaria, che nulla hanno potuto fare per rianimarlo: il suo cuore aveva cessato di battere alcune ore prima.

La direzione dell’Istituto penitenziario diretto da Giulia Russo ha immediatamente informato la Procura distrettuale antimafia di Napoli, che ha disposto il sequestro della salma e dato incarico al medico legale di eseguire l’autopsia. Dai primi rilievi effettuati sul cadavere i segni di una evidente asfissia per soffocamento: da quando, circa un mese fa, Ligato era a Secondigliano il regime imposto ai collaboratori di giustizia prevedeva l’isolamento in una cella. Dunque si tende ad accreditare la pista del suicidio, non essendo presenti terze persone nella stanza. A quanto si è appreso, l’uomo solo il giorno prima era comparso davanti ai magistrati inquirenti della Dda che seguono le vicende di Terra di Lavoro per essere ascoltato. Non era ovviamente il primo appuntamento, Ligato aveva avuto già altri incontri con i pubblici ministeri. Le sue possibili rivelazioni sulla trama di rapporti tra economia imprenditoriale, politica locale e camorra avrebbero potuto determinare un nuovo terremoto in provincia di Caserta. Ora si attendono i risultati dell’esame autoptico, dai quali dovrebbe arrivare la conferma del suicidio.

Le reazioni - “Dall’inizio dell’anno in Italia sono già 27 i suicidi tra le persone private della libertà personale, 457 i tentativi di suicidio - dichiara il Garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello - In Campania quello di Ligato è il terzo suicidio, dopo i due che ci sono stati nel carcere di Poggioreale. Non c’è una sola motivazione che porta al suicidio ma ci sono più concause: credo che il gesto di Pietro non sia dato da un’unica causa. Non parliamo di una logica lineare causa-effetto ma di un sistema complesso. I suicidi in carcere sono un tema scabroso e cruciale. Il tema carcere non può essere ristretto a pochi o connotato ideologicamente, ma riportato sull’utilità della pena. Serve un’effettiva presa in carico delle persone con professionisti dell’ascolto (assistenti sociali, psicologi, psichiatri, ndr), non con soluzioni temporanee e provvisorie”. “In Italia siamo al 27esimo suicidio dall’inizio del 2024 - aggiunge Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria - Nelle cause in corso di accertamento di solito rientrano casi di inalazione di gas, di uso di stupefacenti o mix di farmaci e decessi avvenuti successivamente in ospedale. Forse questo sistema di classificazione delle morti in carcere può servire ad abbassare il numero dei suicidi: resta il fatto che è certamente indegno che gli accertamenti per le cause di morte negli istituti penitenziari durino all’infinito, e in troppi casi senza esito”.