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di Gennaro Scala

Corriere del Mezzogiorno, 5 agosto 2026

La porta della cella si è aperta nella tarda serata di ieri e gli agenti della polizia penitenziaria hanno trovato il corpo senza vita. Costantino Russo, figlio del boss dei Casalesi Giuseppe Russo, detto “Peppe ‘o padrino”, è stato trovato impiccato nella sua cella del carcere napoletano di Secondigliano. Aveva 35 anni. Era detenuto in isolamento da quando, il 16 luglio scorso, aveva deciso di collaborare con la giustizia. Una morte che apre immediatamente un fronte investigativo delicatissimo. Perché Russo non era un detenuto qualunque: era l’uomo che, secondo gli inquirenti, aveva raccolto l’eredità criminale di una delle famiglie storiche della camorra casertana e che, proprio pochi giorni dopo l’arresto, aveva scelto di rompere con il passato iniziando un percorso con la Direzione distrettuale antimafia di Napoli.

Il corpo è stato trovato appeso con dei lacci alla grata della finestra della cella. A dare l’allarme sono stati gli agenti della penitenziaria, che hanno immediatamente chiamato il 118. I sanitari arrivati nel penitenziario hanno tentato a lungo di rianimarlo, ma ogni tentativo è risultato inutile. La salma è stata sequestrata e messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sul posto sono intervenuti il magistrato di turno, il medico legale e gli specialisti della polizia scientifica per i rilievi. Le indagini sono affidate alla squadra mobile di Napoli. La notizia della morte di Russo arriva a meno di un mese dal blitz che lo aveva portato in carcere. Il 7 luglio Dia e Guardia di Finanza avevano eseguito un’operazione coordinata dal procuratore aggiunto Michele Del Prete, nella quale il 35enne veniva indicato come il nuovo reggente della fazione Russo-Schiavone.

 

Con il padre Giuseppe e gli zii Massimo, Francesco e Corrado detenuti, secondo la ricostruzione degli investigatori sarebbe stato proprio Costantino a garantire la continuità operativa del gruppo criminale legato ai Casalesi. Una successione generazionale dentro una delle organizzazioni più potenti della storia mafiosa campana. L’inchiesta aveva raccontato una camorra diversa da quella delle vecchie piazze di spaccio e delle estorsioni violente. Una camorra capace di trasformare il denaro sporco in attività apparentemente legali: bar, gelaterie, locali con raccolta di scommesse, stabilimenti balneari sul litorale domizio.

Quattordici aziende tra Casal di Principe, Aversa, Castel Volturno e il Napoletano finite sotto sequestro insieme a beni per circa due milioni di euro, tra contanti, orologi di valore e attività commerciali. Il cuore dell’inchiesta era proprio la capacità del clan di infiltrarsi nell’economia del turismo e dell’intrattenimento. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, dopo il blitz, aveva parlato di un quadro accusatorio “altissimo”, con “tutta la gamma dei tipici reati delle organizzazioni criminali”. Dietro il nome Costantino Russo c’è il peso di una dinastia criminale. Il padre Giuseppe, 65 anni, soprannominato “Peppe o’ Padrino”, è stato uno dei fedelissimi di Francesco “Sandokan” Schiavone. Arrestato nel 1997 dopo una lunga latitanza, è stato condannato all’ergastolo nel maxi processo Spartacus per omicidio, associazione mafiosa ed estorsione.

Il cognome Russo, nel territorio di Casal di Principe e dell’Agro aversano, ha continuato negli anni a rappresentare uno dei marchi di potere della camorra casalese. La scelta di Costantino di collaborare con lo Stato aveva aperto uno scenario inatteso: quello di un uomo cresciuto dentro il sistema criminale pronto a raccontarne meccanismi, equilibri e affari.