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di Viviana Lanza

Il Riformista, 11 maggio 2022

Il dramma Stabat Mater per raccontare il dolore più grande e lacerante di una madre, il carcere come luogo per rappresentarlo, un gruppo di detenuti per dargli voce e corpo. Al Teatro Stabile di Napoli è stato presentato il film Stabat mater, un corto girato in carcere dal regista fiorentino Giuseppe Tesi e realizzato da Electra teatro.

Il dramma degli affetti, la speranza di un riscatto personale, l’isolamento. E poi uomini detenuti e madri che non smettono di essere tali. Il direttore del carcere minorile di Nisida Gianluca Guida, intervenendo al dibattito con il regista Tesi, a cui hanno partecipato anche il garante dei detenuti di Napoli Pietro Ioia e l’artista Valentina Stella, ha sottolineato l’importanza e il ruolo della figura materna nelle storie dei tanti giovanissimi che arrivano nella struttura penitenziaria minorile. Non solo.

Quella delle madri, e più in generale delle donne compagne, sorelle, mamme di chi si trova in carcere, è una figura di cui non si parla mai. Eppure ha un peso nella vita di chi vive dietro le sbarre, privato degli affetti, isolato in contesti detentivi spesso molto difficili. Il lavoro che Tesi ha fatto con un gruppo di detenuti del carcere di Pistoia ha consentito di mettere a confronto un sentimento primitivo e assoluto, come l’affetto materno, con la paura e il dramma di chi vive nella claustrofobia di un carcere. Nel mezzo scorrono le testimonianze, vere e vive, dei protagonisti, dei detenuti quindi, che indirettamente partecipano a questa occasione di riscatto. Il corto non nasce con una dichiarata finalità di riabilitazione dei reclusi, è quasi per caso che il regista arriva nel mondo penitenziario.

“Con il timore che coglie l’uomo di fronte alla sua finitezza e fragilità - spiega Tesi - con la certezza che l’ultima risposta salvifica è rintracciabile nell’afflato materno, mi sono spinto là dove il dolore è vero, reale”. Il carcere. “Quello che non cambia mai, anzi peggiora”, dice Ioia puntando l’attenzione su un tema da tempo dibattuto: lo stato delle carceri nel nostro Paese. Il corto è stato mostrato anche ai giovanissimi detenuti del carcere di Nisida, ragazzi tra i 15 e i 20 anni, figli della Napoli più difficile e delle periferie buie su cui i riflettori dell’interesse pubblico si accendono solo quando accade un fatto di cronaca eclatante. “Il destino non ti avverte, ma se lo sai cogliere e ascoltare ti ricambia con gratitudine”, conclude Tesi.