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di Donatella Stasio

La Stampa, 12 giugno 2024

Quanto è nero il cuore del potere? Quanta rabbia c’è nel cuore del potere incapace di accettare il potere altrui? Quanta frustrazione, dolore e paura ci sono in quel cuore di tenebra ossessionato dal desiderio di riscattare la propria immagine underdog? E quanto è buio il cuore del potere che non teme le conseguenze delle proprie azioni perché “nessuno, a noi potenti, può chiamarci a dare conto?”. Non stiamo parlando del cuore nero delle destre che avanzano in Europa, anche se le assonanze sono forti. Stiamo parlando del cuore nero di Macbeth, l’innominabile della tragedia di Shakespeare, regicida mai sazio di potere, che insieme alla moglie alza più volte il coltello per uccidere i suoi possibili rivali al trono di Scozia. “Non vorrei averlo in petto, un cuore così, che fa indegno tutto il resto” dice Pasquale, detenuto nel carcere di Arienzo, giunti al quinto atto di questa tragedia, metafora del potere bulimico, intollerante ai limiti al proprio agire, tracotante e distruttivo perché incapace di guardare dentro a quel suo cuore nero. Una storia contemporanea, sebbene concepita nel 1600. Oggi va in scena al teatro San Ferdinando di Napoli, già sold out, e poi in tourné. Insieme a Pasquale, sul palco saliranno altri 7 detenuti del carcere di Arienzo, un bambino e 3 attori professionisti, tra i quali il giudice di sorveglianza Marco Puglia, nei panni di Macbeth.

Siamo nei sotterranei di uno degli Uffici giudiziari di Santa Maria Capua Vetere, da mesi trasformati in una quinta teatrale per le prove di “Macbeth, cuore nero”. Mancano due giorni alla prima. I detenuti/attori sono in permesso e arrivano con un pulmino, puntuali, tutti vestiti di nero. Ho il privilegio di essere l’unica spettatrice di questa pre-prova generale, il loro primo pubblico dopo cinque mesi di lavoro serrato, all’inizio in una chiesa sconsacrata e poi qui, in questo sottoscala che sa di umido ma che con la canicola estiva è quasi un piacere. C’è grande fibrillazione. Ci presentiamo, poi ognuno al proprio posto. Il sipario si alza e per un’ora e mezza il tempo si ferma.

I superstiziosi lo chiamano il “dramma scozzese” perché sostengono che pronunciare Macbeth porti sfortuna. Qui, però, nessuno sembra preoccuparsene. Non i cancellieri che faranno da comparse alla prima, insieme a qualche poliziotto penitenziario, né tanto meno il Gruppo di Teatro Polluce, da anni impegnato nelle carceri della Campania con progetti teatrali né, infine, i detenuti, 7 napoletani dai 23 ai 53 anni e un nigeriano, Marvallus, di 23, tutti alla prima esperienza di teatro.

Portare in scena Macbeth è stato un progetto ambizioso e impegnativo, a cominciare dalla comprensione del testo, perché il regista Gaetano Battista voleva che i protagonisti entrassero “dentro” quel cuore nero, portato alla luce fin dal titolo, per cercare di capire l’origine della smania di potere e della furia distruttrice. E lì dentro hanno guardato i detenuti di Arienzo nel lungo lavoro preparatorio che ha preceduto le prove. Hanno allenato lo sguardo, e non solo, e sono stati capaci di rivivere i sentimenti - paura, rabbia, dolore, frustrazione - che li hanno portati, come Macbeth, a brandire il coltello sulle loro vittime. Un percorso catartico che hanno fatto insieme al “loro” giudice di sorveglianza Marco Puglia, figura di riferimento fondamentale per i reclusi della Terra dei fuochi. È lui Macbeth, intenso e drammatico, mentre un detenuto, Luigi, è Lady Macbeth, leggiadra e regale, perfida e poi divorata dal senso di colpa, fino a suicidarsi, ma fin dall’inizio la più determinata dei due. “La tua tempra impavida dovrebbe farti partorire solo maschi”, le sussurra Macbeth all’orecchio, cingendola da dietro e appoggiandole le mani sui seni, mentre lei/lui si lascia andare a spasmi di piacere. Non ci sono tabù, pregiudizi o pudori in questi uomini reclusi prestati alla libertà. L’arte e la vita si intrecciano e non sai più dove finisce l’una e cominci l’altra. Sono sulla scena anche per farti vedere il mondo non visto.

Prima di cominciare quest’avventura, parlavano solo dialetto stretto, Marvellous parlava nigeriano e spiccioli di italiano; adesso eccoli padroni di una lingua raffinata, giocolieri delle parole, maestri delle pause, signori dei toni e delle sfumature vocali. “Hai sentito come cambio voce, alla fine, per fare il cattivo?”, mi chiede Franco, sicuro del proprio talento e orgoglioso di mostrarlo. Si muovono con leggerezza, precisione, e con assoluta simmetria quando montano e smontano le essenziali e straordinarie scenografie di Carmine Di Giulio o quando battono il tempo delle musiche di Aniello De Sena. In teatro indosseranno gli abiti di scena, realizzati con materiali di riciclo e cuciti da un detenuto congolese, Mushi Jeannot Mulango, che fa il sarto. Per un’ora e mezzo mostreranno quel che il loro cuore nero gli aveva rubato. E potranno tornare alla vita, sapendo che non è come la racconta Macbeth “un’ombra che cammina, un povero attorello susseguioso che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte e poi di lui nessuno udrà più nulla”. No, la loro vita non sarà così, perché loro hanno avuto il coraggio di guardare dentro il cuore nero. Una grande lezione, per tutti. Applausi a scena aperta.