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di Daniela De Crescenzo


Il Mattino, 25 gennaio 2020

 

"Quello che lascia sgomenti è il fatto che sempre più spesso i ragazzi agiscono in maniera violenta per emulare quello che magari sentono nel quartiere o, peggio, nella famiglia".

Gemma Tuccillo, capo del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, spiega cosa accade nel mondo di quei giovani che si battono contro la polizia per difendere un "focarazzo", come è successo al Borgo Sant'Antonio Abate.

 

Quali sono i miti che spingono alla violenza?

"Io credo che le suggestioni del mondo giovanile non arrivino solo dai film e dai videogiochi. Magari nel quartiere sentono ripetere "La polizia è infame" e quindi anche se il poliziotto si avvicina per proteggerli, loro si fanno un punto d'onore di respingerlo. E a volte lo fanno non solo per emulare quello che vedono sullo schermo, ma anche perché in fondo replicano un cliché che è diffuso nel loro quartiere se non addirittura del loro ambito familiare".

 

Quale? "Quello di un'acritica contrapposizione allo Stato".

 

Quindi che fare?

"Nel momento in cui questi ragazzi arrivano all'attenzione della magistratura è importante la risposta sanzionatoria, ma anzitutto, trattandosi di personalità in evoluzione, ci deve essere una presa in carico consapevole che una corretta educazione alla legalità passa anche attraverso una corretta visione dello Stato. Bisogna spiegare a questi giovani che le forze dell'ordine tutelano il cittadino e non gli vanno contro. Per loro troppo spesso polizia e carabinieri, che dovrebbe essere una cifra di sicurezza, diventano un nemico da combattere".

 

Colpa dei quartieri a rischio?

"Non solo. Il clima che si respira nelle strade o in famiglia può certamente essere uno degli elementi che rafforza questo sentire errato. Ma questo modo di ragionare non si trova solo in certi contesti, perché generalmente tra i minori il contrapporsi alla polizia viene ritenuta una prova di coraggio, una manifestazione di audacia che li accredita nel gruppo dei pari".

 

Ma la violenza non è solo contro le forze dell'ordine. Ieri è stato trovato un sedicenne con una pistola con il colpo in canna. Per arginare anche questo tipo di delinquenza sarebbe utile abbassare la cosiddetta età imputabile?

"Assolutamente no. Non serve mandare in carcere ragazzini con meno di quattordici anni. Il vero problema è prevenire la delinquenza attraverso una presa in carico precoce da parte dei servizi sociali. Quando questi episodi si verificano è importante ragionare sulle risposte da dare, ed è importantissimo che queste siano corrette ed efficaci. Ma dobbiamo essere consapevoli che siamo già nella fase patologica. Invece bisognerebbe intervenire molto prima".

 

Perché questo non accade?

"Perché, specialmente in alcuni contesti deprivati, non esiste un'adeguata rete di accoglienza e di accompagnamento che incanali le energie e gli entusiasmi dei più giovani inculcando, loro, tra l'altro, il rispetto dello Stato e degli altri. Se la violenza e la contrapposizione diventano gli strumenti per l'affermazione della propria personalità, vuol dire che prima sono mancate le possibilità e le occasioni che rendono un giovane capace di manifestare il proprio carattere attraverso i talenti positivi".

 

C'è un legame tra i ragazzi che assaltano le forze dell'ordine e quelli che organizzano le stese?

"Io credo di no. Non penso si possano sovrapporre questi ultimi episodi che hanno un carattere di occasionalità, ai raid della criminalità organizzata. Nelle azioni dei ragazzi del Borgo Sant'Antonio, ad esempio, ad un'analisi superficiale dell'evento, non si percepisce una programmazione che è invece tipica delle organizzazioni più strutturate come la camorra. Per questo lo ripeto: per arginare i fenomeni di delinquenza giovanile bisogna innanzitutto prevenire".