di Carlo Terzano
lettera43.it, 2 settembre 2019
Sovraffollamento. Strutture degradate. Commistione tra condannati e detenuti in attesa di giudizio. Le condizioni nella Casa circondariale napoletana, tornata sotto i riflettori per la prima evasione in 100 anni. Una evasione vecchio stampo, avvenuta calandosi lungo il muro di cinta con alcuni lenzuoli annodati, da un carcere che da più parti, tanto dalle associazioni per i diritti dei detenuti quanto dai sindacati del personale penitenziario, viene definito "vetusto, inadeguato e fatiscente".
È durata 48 ore la fuga di Robert Lisowski, cittadino polacco 32enne, in attesa di giudizio per omicidio. Ma ora che il fuggiasco è nuovamente in cella non si placano le polemiche sulla casa circondariale di Poggioreale. Chi conosce bene quella struttura la giudica inadeguata a tal punto da giustificare i detenuti che tentano di scappare.
"È scappato un detenuto da Poggioreale, embè?", si è chiesto retoricamente dal proprio profilo social don Franco Esposito, cappellano della casa circondariale. Il prelato non parteggia per i presunti omicidi in fuga, ma sottolinea quanto sia "innaturale tenere rinchiuse le persone in una situazione disumana e degradante". "Carceri come quello", scrive don Franco, "non hanno certamente i requisiti per essere rieducativi e non servono certo al reinserimento della persona detenuta nel tessuto sociale. Allora mi domando: qual è il loro compito?"
Ancora più duro il "Sindacato Polizia Penitenziaria S.PP.", che in una nota diffusa dopo l'evasione - la prima negli ultimi 100 anni - ha scritto: "l'istituto andrebbe definitivamente abbattuto e il capo dell'Amministrazione Penitenziaria rimosso dall'incarico". "Uno Stato che possa definirsi tale", si legge, "non può e non deve accettare di non avere il controllo delle sue strutture". "Poggioreale", ha quindi concluso il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo, "è un carcere dove lo Stato ha fallito ed è per questo che torniamo fortemente a chiedere che venga chiuso e abbattuto quanto prima".
Insomma, per una volta sia chi è dalla parte dei detenuti, sia chi cura gli interessi degli agenti di polizia penitenziaria - che vivono in prima persona i medesimi disagi dei reclusi - concordano nel mettere alla sbarra non l'evaso ma l'intera struttura detentiva. Alla luce della recente evasione del 25 agosto appare persino profetica la relazione del Garante dei detenuti diffusa soltanto pochi giorni prima, il 19 dello stesso mese. "Con i suoi oltre 2.000 detenuti", scriveva il Garante, "la Casa circondariale di Poggioreale è l'Istituto con il maggior numero di persone ristrette in Italia: ai primi di maggio, durante la visita del Garante, erano 2.373, su 1.633 posti previsti e una capienza reale di 1.515. Oggi i detenuti sono 2.085 su 1.423 posti disponibili".
Poggioreale ospita non solo detenuti in attesa di giudizio o condannati a pene inferiori ai cinque anni, come la natura della struttura (casa circondariale) imporrebbe, ma anche giudicati in via definitiva e per reati gravi, con la conseguenza di pericolose commistioni tra condannati e persone che la legge ritiene ancora innocenti. "Il Garante", ha segnalato, "ha più volte avuto sentore di pressioni che soggetti in esecuzione di pena esercitano sui più deboli. La presenza nello stesso Istituto di appartenenti a criminalità di maggiore spessore riferibile agli stessi territori espone non soltanto le persone più deboli al rischio di reiterazione di reati, ma anche a forme di soggezione durante la detenzione. Il rischio di acquiescenza di taluni operatori deve essere costantemente monitorato, con un'attenzione ben superiore a quella riscontrata".
Anche l'organismo statale indipendente ha posto l'accento sulla vetustà della struttura: "Le condizioni materiali dell'Istituto risentono degli anni e della visione custodiale degli inizi del secolo scorso, quando è stato costruito, rendendolo poco compatibile con le esigenze trattamentali". "Mancano", annotava il Garante, "gli spazi comuni per le attività lavorative, culturali o ricreative, le sale per la socialità di reparto. Tutto ciò nonostante la realizzazione di alcuni lavori di ristrutturazione e la programmazione di altri". "Particolarmente degradate", si sottolineava, "alcune sezioni, come quella per persone malate o disabili, con letti a castello anche a tre piani". E ancora: "Mancano i cancelli all'ingresso delle stanze, munite soltanto di blindi che, pertanto, nelle ore di chiusura, rendono gli ambienti interni bui e opprimenti. Le pareti delle stanze presentano importanti infiltrazioni di umidità e spesso sono coperte di muffa".
A tal punto che per il Garante "le condizioni di alcuni reparti possono essere facilmente considerate in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea per la tutela delle libertà fondamentale e dei diritti umani che inderogabilmente vieta "trattamenti o pene inumane o degradanti"". Per fare un esempio, "una stanza visitata dalla delegazione aveva 14 letti (quattro a tre piani e due a due piani) e 13 persone; era munita di una sola finestra e arredata con un numero di tavoli insufficiente per mangiare tutti contemporaneamente; l'unico bagno era, analogamente agli altri del reparto, in condizioni igieniche deplorevoli". "Nella cella n. 4 bis", viene riportato nella relazione estesa, "la muffa ha ormai invaso la stanza stessa, producendo il distacco dell'intonaco a stento trattenuto da giornali incollati alla parete posti dalle persone ristrette per evitare il pulviscolo di intonaco e la caduta di calcinacci dal soffitto".
Nella relazione si avanzavano inoltre dubbi sull'operato dell'amministrazione: "il Garante nazionale ha riscontrato alcuni episodi che sono stati oggetto di approfondimento. In particolare, il caso di una persona che, a seguito di crisi di natura psichica, è stata sottoposta a sorveglianza a vista e trasferita il giorno della visita del Garante in un altro Istituto per generici motivi "disciplinari", senza consentire al Garante stesso di incontrarla. Per tale motivo, una parte della delegazione si è recata all'istituto dove tale persona si trovava e ha constatato direttamente i visibili segni di lesioni che aveva su varie parti del corpo".
Non meno preoccupante la relazione dell'Associazione Antigone che ha realizzato anche un video della propria ispezione. Qui viene sottolineata la differenza tra le celle oggetto di recenti rifacimenti e quelle ancora da ristrutturare: "Laddove manca ancora una ristrutturazione, le stanze versano in pessime e pericolose condizioni (dall'umidità delle pareti all'unico spazio riservato sia ai servizi igienici che alla cucina). Le sezioni non ristrutturate riflettono non solo una scarsa pulizia generale, ma anche una difficoltà pratica nell'offrire attività trattamentali idonee (in quasi tutte le sezioni mancano gli spazi per la socialità)". E proprio le condizioni di alcuni padiglioni sarebbero alla base di una rivolta avvenuta il 16 giugno scorso: "La causa scatenante sembrerebbe essere stata il mancato ricovero di una persona detenuta malata, che ha acuito il malcontento generale relativo alla fatiscenza del padiglione, esasperato dal caldo estivo. In seguito, sembrerebbero essersi sbloccati i lavori che erano in programma da anni".
Ma la situazione di Poggioreale non costituisce un unicum, bensì è sistemica. Il nostro Paese è stato condannato più volte dalla Corte europea dei diritti umani. In diverse occasione i magistrati di Strasburgo hanno ricordato al governo italiano che non è possibile infliggere ai detenuti, oltre alle condanne stabilite dai giudici, anche pene accessorie come il mancato rispetto della dignità umana e trattamenti degradanti. È ormai provato, inoltre, che condizioni migliori riducano il rischio di reiterazione di condotte criminali e consentano di realizzare la finalità rieducativa del carcere prevista dalla nostra Costituzione.










