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di Valentino Maimone


L'Osservatore Romano, 30 agosto 2020

 

Progetto dell'arcidiocesi di Napoli a Poggioreale. Quella che vi stiamo per raccontare è la storia di un progetto di rinascita e ricatto, in un contesto troppo spesso legato a dolorose vicende umane di costrizione, tristezza e assenza di prospettive.

Anche i detenuti del carcere "Poggioreale - Giuseppe Salvia" di Napoli potranno mangiare una vera pizza napoletana, preparata all'interno del penitenziario da loro compagni di sventura aspiranti pizzaioli, che impareranno un mestiere, studieranno per ottenere il relativo diploma, e avranno un'opportunità in più, una volta tornati liberi, per reinserirsi nel mondo del, lavoro. È questa l'idea totalmente innovativa venuta in mente ad Antonio Mattone, direttore dell'Ufficio di pastorale sociale e del lavoro dell'arcidiocesi di Napoli e da circa quindici anni volontario nelle carceri.

"Tutto nasce circa cinque anni fa, in occasione di un convegno che organizzai a Poggioreale sul tema della salute dei detenuti", racconta Mattone. "Avevo invitato l'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che a margine di quell'evento mi spiegò che, grazie ai fondi del ministero, avrebbe preso in considerazione un progetto per far lavorare i detenuti. Fu a quel punto che mi si accese la lampadina: qual era il settore più logico e adatto a creare uno sbocco lavorativo nella nostra città? Quello delle pizzerie, che sono tante, lavorano molto e assicurano un buon ricambio di dipendenti".

Tutto il resto venne quasi di conseguenza. C'è voluto molto tempo, cinque anni in tutto, ma alla fine il progetto ha preso corpo fino all'inaugurazione avvenuta nelle scorse settimane. La chiave del successo è stata il coinvolgimento di quanti più soggetti istituzionali possibili: "Università, Regione Campania, le associazioni dei pizzaioli, il ministero della Giustizia, per citarne solo alcuni. Tutti insieme per cercare di dare un futuro a queste persone che hanno fatto degli errori, ma che vogliono rimettersi in gioco. Insomma, un bel progetto di riscatto e di rinascita", sottolinea Mattone.

"Gli atenei Federico II e Suor Orsola Benincasa si occuperanno delle selezioni per individuare i detenuti più adatti e motivati, quelli che davvero vogliono cambiare vita - precisa il responsabile - mentre le tre associazioni che riuniscono tutti i pizzaioli della città si preoccuperanno invece di favorire la collocazione degli aspiranti maestri della pizza presso i locali dei propri associati, una volta che saranno pronti".

Già, perché il progetto non vuole limitarsi a fornire attestati, ma punta ad accompagnare i detenuti anche lungo un percorso lavorativo. I finanziamenti arriveranno per la maggior parte dalla Cassa delle ammende, i cui fondi sono destinati a migliorie delle strutture carcerarie o a progetti per i detenuti, e per il resto da fondi della Regione.

Ogni anno verranno individuati quindici detenuti, più tre cosiddette "riserve" nel caso di eventuali forfeit o liberazioni anticipate, che seguiranno un corso da 65o ore per apprendere il mestiere, ma anche imparare gli elementi di base per mettersi in proprio: "Ci piacerebbe formare non solo futuri pizzaioli in grado di lavorare nelle pizzerie di Napoli, ma anche piccoli imprenditori di sé stessi", osserva Mattone.

All'interno del carcere è stato allestito un laboratorio attrezzato con due forni a legna da cui escono ogni giorno almeno cento pizze, in due o tre varietà diverse, tra cui ovviamente l'immortale "Margherita": "Appena sfornate, una piccola squadra di corrieri comincia a fare su e giù per i bracci in modo da esaudire le ordinazioni in pochissimi minuti, perché le pizze devono arrivare nelle celle ancora calde", racconta. "Abbiamo fissato un prezzo molto basso, 2,5-3 euro per ciascuna, e i detenuti fino a oggi sembrano gradire moltissimo la novità, se è vero che le ordinazioni sono in continuo aumento".

Tra circa un anno potrà scattare la seconda fase del progetto: "Una seconda pizzeria, gemellata con quella di Poggioreale, ma all'esterno del carcere e quindi accessibile a tutti. Qui gli ex detenuti pizzaioli potranno effettuare il proprio tirocinio o lavorare regolarmente retribuiti, finché non saranno in grado di entrare a titolo definitivo nel mercato del lavoro.

Grazie all'intervento della diocesi di Napoli, che è stata decisiva sia come spinta propulsiva sia per la tenacia con cui ci ha aiutato a risolvere i mille intoppi burocratici, abbiamo ottenuto la possibilità di utilizzare i locali di una chiesa non più adibita per il culto. Si tratta dell'ex chiesa di Santa Caterina al Pallonetto di Santa Chiara, in pieno centro storico. Ed è proprio da qui che prende il nome l'intero progetto, "Brigata Caterina", conclude il direttore dell'Ufficio di pastorale sociale e del lavoro dell'arcidiocesi di Napoli.