di Manuela Galletta
giustizianews24.it, 25 agosto 2026
La Casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, ha la forma di una croce. Un lungo corridoio collega l’ingresso alla chiesa, utilizzata a volte come teatro e a volte per ospitare piccoli eventi. E dal suo centro si aprono due lunghe braccia. È qui che il carcere mostra il suo volto più duro. Qui ci sono i padiglioni (12), le celle, i corridoi, la vita quotidiana del carcere, che si ripete sempre uguale a se stessa. Qui ci sono le vite spezzate, le colpe, la privazione della libertà, ma anche le speranze che resistono. Ci sono uomini che hanno commesso reati e devono scontare una pena, uomini che aspettano un processo, uomini che cercano di costruirsi un futuro diverso.
E, soprattutto, c’è il peso della detenzione, che a Poggioreale ha ancora una misura precisa: fino a nove persone chiuse nella stessa piccola stanza, di 20 metri quadrati, costrette a condividere pochi metri quadrati, un water, un lavandino e lo spazio necessario appena a muoversi. L’anno scorso si è raggiunto anche il tetto dei dieci detenuti in una cella. Basta provare a immaginarlo per sentire mancare l’ari, figurarsi viverci dentro. E, in pieno agosto, la situazione si fa insostenibile: nelle celle - come nelle celle di tutte le carceri italiane - non c’è ovviamente climatizzazione, ci si affida ai ventilatori. Uno per cella. E se il ventilatore si rompe si rischia di rimanere senza, perché le dotazioni sono sempre risicate.
Nei corridoi, negli spazi sui quali affacciano le celle e dove sono ubicate le postazioni di controllo degli agenti della Polizia penitenziaria non ci sono nemmeno quelli. Un girone infernale, altro che “stare al fresco” come si suol dire. È da questa croce, e dalle sue braccia, che il 3 agosto è partito il viaggio di Giustizia News24 nel più affollato istituto di pena d’Italia. Un viaggio compiuto partecipando alla visita ispettiva della Camera penale del Tribunale di Torre Annunziata (guidata dall’avvocato Salvatore Barbuto) nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in Agosto”, promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi) e dal suo Osservatorio Carceri. Un viaggio che mostra insieme i segni delle ferite di un carcere e il tentativo di curarle. Sì, perché a Poggioreale tra i problemi che si ripetono in un tempo che si dilata fino quasi a fermarsi, c’è anche chi tenta di cambiare le cose e lo fa scendendo nei reparti, parlando con i detenuti, ascoltando senza timore le loro lamentele, raccogliendo le criticità e cercando, una per una, di trovare soluzioni.
Giulia Russo ha assunto la direzione della casa circondariale intitolata a Giuseppe Salvia nel novembre 2025, portando con sé l’esperienza maturata in sette anni alla guida del carcere di Secondigliano, che sotto la sua direzione ha intrapreso un percorso di trasformazione fondato sulla speranza e sul reinserimento sociale. Un luogo in cui si è cercato di andare oltre la logica della detenzione punitiva, costruendo giorno dopo giorno percorsi scolastici e universitari, laboratori, attività formative e opportunità di lavoro, nella convinzione che il ritorno alla vita sociale debba essere preparato già dentro il carcere. A Poggioreale Russo vuole piantare lo stesso seme, ma qui il terreno è molto più difficile e la sfida ancora più ambiziosa. Lei, però, è una direttrice che il carcere lo vive sul campo. Non a caso durante la nostra visita ha guidato il percorso nei reparti.
La piaga del sovraffollamento - Il sovraffollamento è la pena quotidiana di chi è recluso a Poggioreale. Alla data del 3 agosto c’erano 2.280 detenuti. Tanti in più rispetto a un regime ordinario: con tutti i reparti aperti, la capienza dovrebbe essere di 1.900 detenuti; con un reparto chiuso, di 1.600. E pensare che questa struttura venne concepita per ospitare al massimo 700 persone. Il risultato è che, per fare stare tutti, si è costretti a tenere la “terza branda”, quella che tanto malumore provoca tra la popolazione carceraria. Quando viene superata la normale capienza del carcere, per dare un posto a un detenuto si è costretti ad aggiungere una branda in una stanzetta che a malapena va bene per i primi arrivati. E va considerato che in quella stanzetta, ci sono pure il water, il lavandino e un tavolino. Inserire la “terza branda” significa ridurre, se non cancellare, qualsiasi possibilità di movimento di chi è in cella. Si soffre. In alcuni reparti lo “spazio vitale” lo si conquista grazie all’area sulla quale affacciano le celle.
Nel padiglione Torino, ad esempio, c’è un grande slargo dove tutti i detenuti, aperte le celle, possono uscire. Ma non è ovunque così. In altri reparti, davanti alle celle, c’è a stento un corridoio dove passa una persona alla volta. Per cercare di migliorare questa situazione, sono in corso i lavori per l’apertura di un nuovo reparto, che si chiamerà Napoli. La /deadline/ è fissata al 30 settembre. La caratteristica più importante riguarda le stanze e la disposizione dei letti. Non più letti a castello, ma letti disposti come in una camerata, con la testiera appoggiata al muro e il letto perpendicolare alla stanza. Una soluzione già adottata nel padiglione San Paolo, dedicato ai detenuti malati. In questo modo si vuole raggiungere uno standard più alto, per quanto possibile, di vivibilità. Quando Napoli sarà aperto, saranno chiusi i padiglioni Salerno e Italia, che saranno a loro volta interessati da lavori di ristrutturazione.
“Procediamo per tappe, non possiamo fermarci”, dice la direttrice Russo. Con i lavori del reparto Napoli dovrebbe migliorare anche lo spazio all’aperto destinato all’ora d’aria e alla socialità. Uno spazio che oggi non offre alcunché se non una sguarnita area di cemento dove i detenuti se ne stanno seduti in terra, o in piedi a parlare tra loro. L’obiettivo è provare a restituire alla detenzione una dimensione più umana. E, insieme, costruire percorsi che abbiano davvero un significato quando la porta del carcere, un giorno, si aprirà.
Il lavoro come strada per uscire - È qui che si vede la parte più luminosa del “viaggio”. La direttrice Giulia Russo ha dato nuovo impulso alla tipografia del carcere, introducendo corsi di formazione con un’indennità di 350 euro e un’attestazione finale spendibile nel mondo del lavoro. Vi hanno partecipato 15 detenuti. Il loro percorso è quasi terminato: dovranno sostenere un esame e poi, a scaglioni, inizieranno a lavorare. “Assumerò i primi 5-6”, dice la direttrice. Avranno un regolare contratto e lavoreranno dalle 8.30 alle 14, per un massimo di 24 mesi. Andranno ad affiancare i due detenuti già al lavoro.
Poi con il tempo saranno inseriti anche gli altri. Le possibilità occupazionali dipenderanno anche dalla capacità della tipografia di diventare una vera realtà produttiva. Non si lavora soltanto per il carcere di Poggioreale: la tipografia può ricevere commesse anche dall’esterno, attraverso procedure controllate dal ministero. Una prima commessa è già arrivata dalla Corte d’Appello di Napoli guidata da Maria Rosaria Covelli, sempre attenta al recupero e al reinserimento dei detenuti nella società. Viaggia, invece, a pieno regime la falegnameria, un’altra realtà produttiva che non guarda soltanto all’interno dell’istituto. Si producono letti, sedie e tavolini e, in questo momento, si lavora a una commessa imponente: 3.000 tavoli e 1.000 sgabelli destinati agli istituti di pena italiani. I detenuti lavorano senza sosta, sfidano il caldo, imparano e si specializzano. Accanto al lavoro, cresce anche l’offerta formativa. È attivo un corso per pizzaioli di 400 ore e la direzione punta ad ampliare ulteriormente le opportunità, con l’ipotesi di realizzare entro il 2027 un laboratorio odontotecnico.
A completare questo quadro c’è la sartoria, che ha già realizzato i tendaggi presenti nel carcere. Certamente è poco, se rapportato alla platea di circa duemila detenuti. Non ci sono attività per tutti, anche se è vero che non tutti sono interessati o nelle condizioni di aderire. Ma sono passi importanti. Sono pezzi di normalità in un luogo dove la normalità non è di casa.
Quando anche una doccia diventa una conquista - Qui anche una doccia diventa una conquista. Nel padiglione Torino, toccato dalla visita ispettiva, le lamentele sul punto forti. “Con questo caldo non possiamo neanche lavarci, a meno che non vogliamo farlo con l’acqua ghiacciata”, dicono alcuni detenuti. Le docce sono possibili dalle 7 alle 9 del mattino, perché il sistema di riscaldamento non consente di garantire acqua calda per tutto il giorno a oltre 2mila persone. Con il caldo e le condizioni igienico-sanitarie inevitabilmente complicate, l’impossibilità di farsi una doccia diventa una proibizione importante.
Un’altra nota dolente sono gli spazi comuni. Nel padiglione Torino, quando le celle vengono aperte, esiste almeno un grande slargo sul quale i detenuti possono uscire e stare insieme, guadagnando quei metri preziosi che mancano alle loro celle. È uno spazio che consente di respirare. Ma non è così dappertutto. In altri reparti davanti alle celle c’è appena un corridoio, largo abbastanza perché passi una persona alla volta. Restano, in alcune aree, problemi legati alle fogne che non funzionano correttamente.
“Lo stiamo risolvendo”, assicura la direttrice. Quando Russo si è insediata, la situazione non era semplice. I topi, raccontano, erano quasi ovunque. Le denunce presentate negli anni passati parlavano della presenza di roditori persino nelle mense. Denunce di diversi anni fa raccontavano di roditori finanche nelle mense. Oggi il problema è stato fortemente arginato, ma non risolto. Anche sul fronte sanitario ci sono luci e ombre: nel carcere di Poggioreale c’è il dentista, ci sono stanze dedicate a visite specialistiche, ma alcuni detenuti - approfittando della visita ispettiva dei penalisti - hanno lamentato un ritardo nell’assistenza, visite che non vengono fissate.
Quei principi di responsabilità e cura che si stanno seminando nel carcere - La pulizia è una delle priorità della direzione. Così come il rispetto dei beni presenti nell’istituto. “Chi rompe paga”, è la regola introdotta dalla direttrice. Troppo spesso, ci racconta, c’è stato chi rompeva intenzionalmente gli oggetti “per fare uno sfregio allo Stato”. Adesso chi danneggia paga. La regola non è sempre digerita dai detenuti. Nel padiglione Torino, tra le tappe del nostro viaggio, qualcuno protesta anche per il costo dell’energia utilizzata dai ventilatori: poco meno di due euro a persona al mese. È il principio della responsabilità che la direzione vuole affiancare a quello della cura. Responsabilità per ciò che si rompe, cura per ciò che si può ricostruire.
Ed è proprio sulla cura che la direttrice del carcere di Poggioreale sta giocando una parte importante della sua sfida, perché qui i detenuti possono toccare con mano, sulla propria pelle, l’attenzione verso la propria persona da parte dello Stato. Con il suo comando, in mensa è stata introdotta un’importante novità: è stato creato un reparto per la preparazione dei pasti destinati alle persone celiache, sia tra il personale dipendente sia tra i detenuti. Massima attenzione sarà dedicata anche ai detenuti obesi: è in realizzazione una stanza proprio per chi ha severi problemi di peso e dunque di salute.
Il particolare letto ergonomico è in via di costruzione proprio nella falegnameria del carcere. La cura dell’altro ha portato la direttrice Russo a coltivare anche un sogno ambizioso: dedicare, all’interno del padiglione Roma, una sezione alle persone omosessuali, per garantire loro condizioni di detenzione più serene e sicure. Un’idea che segue la strada già intrapresa nel carcere di Secondigliano, dove, durante la sua direzione, Russo ha creato una sezione dedicata alle donne transgender. Ma non è solo questo. Per far capire ai detenuti l’importanza di prendersi cura del luogo in cui vivono, la direttrice ha coinvolto alcuni di loro nei lavori di recupero del carcere.
In pochi mesi, la parte iniziale di un braccio della struttura è stata tinteggiata proprio dai reclusi. E oggi sono molti quelli che provvedono alla cura delle proprie celle. Quando entriamo nella sezione dell’isolamento, un giovane sta spazzando e lavando la sua cella. Qui tutto profuma di pulito. Di pulito profuma tutta la casa circondariale di Poggioreale. “Il carcere è fatto di odori. O puzza o odora. E da questo si capisce come è tenuto un carcere”, dice con orgoglio Russo. È un inizio. Un punto di partenza importante per trasformare il carcere, ma anche il modo di concepirlo e di percepirlo. Per restituire ai detenuti la consapevolezza che la detenzione non è la loro unica identità possibile. E che dal carcere si può uscire diversi da come si è entrati.









