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di Lorenzo Tondo


Venerdì di Repubblica, 17 aprile 2015

 

"Eccola. Questa è la cella zero. Ma fate presto". L'agente apre la pesante porta blindata, al piano terra del padiglione Milano nel carcere di Poggioreale. È la prima volta che la casa circondariale consente ad un cronista di entrare nella gabbia più buia del penitenziario. Qui, dal 1981 e per oltre 30 anni, una squadra di poliziotti avrebbe torturato, secondo l'accusa, decine di detenuti. Presi a calci e pugni. Minacciati di morte e umiliati.

Fatta eccezione per una vecchia panca di legno, la stanza è praticamente disadorna. È grande circa 6 metri quadrati. Oggi viene usata come sala d'attesa. I detenuti vengono portati lì in attesa di essere trasferiti in infermeria, in sala colloqui o prima di un interrogatorio. Sul vetro di sicurezza spicca una grossa crepa che si espande come una spessa ragnatela. Mentre passiamo all'interno c'è un uomo in attesa di essere trasferito in infermeria. Guarda fuori dalle grate di una finestra, l'unica, che si affaccia sul cortile interno. Sotto la calce appena stesa sui muri s'intravedono i segni dell'umidità. Sono le stesse pareti che le testimonianze degli ex detenuti descrivono "sporche di sangue ed escrementi".

Sul tavolo della Procura di Napoli sono salite a 56 le denunce delle vittime raccolte dai pm Gianni Melillo e Alfonso D'Avino. Quattro gli agenti indagati che avrebbero agito a volto scoperto. Volti che Pietro loia, ex detenuto del carcere di Poggioreale, finito ben 4 volte dentro la cella zero, non dimenticherà mai: "C'era 'u sfregiato con una grossa cicatrice sulla guancia. Melella, che si è guadagnato questo appellativo perché "quando beveva le guance gli diventano rosse come due mele".

Ciondolino, che quando passava tra le celle, a notte fonda, lo riconoscevi da lontano con quel grosso mazzo di chiavi che ciondolava dai pantaloni. C'era piccolo boss. Basso, silenzioso, cattivo". Ioia si è fatto ventidue anni tra le sbarre di Poggioreale. Quando è uscito ha fondato l'associazione degli ex detenuti napoletani, con l'obbiettivo di migliorare le condizioni del carcere e denunciare gli abusi perpetrati dagli operatori penitenziari.

"Ci venivano a prendere di notte" continua Ioia "ci chiudevano lì e in quattro ci riempivano di botte. Poi minacciavano: se avessimo spifferato la cosa ci avrebbero ammazzato. Era un modo per punire le piccole disobbedienze, come un mazzo di carte non registrate. Pian piano divenne un vero e proprio divertimento per loro. Un inferno per chi finiva dentro".

Dall'inizio delle indagini, alla fine del 2013, al carcere di Poggioreale sono cambiati i vertici dell'istituto e della Polizia penitenziaria e le condizioni sembrano migliorate. Da Taranto è arrivato il nuovo direttore, Antonio Fullone: "Un carcere deve recuperare le persone e non limitarsi alla sola detenzione".