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di Simona Musco

Il Dubbio, 6 novembre 2023

Se i diritti umani in Iran avessero un volto e un nome sarebbero quelli di Nasrin Sotoudeh, avvocata che ha messo la sua vita e il suo corpo al servizio della difesa del suo popolo. “Per me, rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia non è un’opzione. In realtà, trovo più difficile sopportare le ingiustizie sociali che la prigione”, ha spiegato parlando di sé. Accusata di “propaganda sovversiva” e di “aver incoraggiato la corruzione e la dissolutezza” - ha difeso le donne che si sono rifiutate di portare il velo -, l’attivista è stata condannata nel 2018 a 138 frustate e 33 anni e mezzo di carcere, dei quali dovrà scontarne almeno 12. Un processo che si è svolto in sua assenza e contro il quale il Consiglio nazionale forense italiano ha alzato la voce, attirando l’attenzione del mondo sulla sistematica violazione dei diritti umani in Iran e sul sacrificio degli avvocati a tutela dei diritti. Già condannata nel 2011 a sei anni di reclusione per propaganda e attentato alla sicurezza dello Stato, l’attivista era stata rilasciata nel 2013 dopo uno sciopero della fame di 50 giorni, che ha suscitato indignazione in tutto il mondo. Poi era tornata in prigione, salvo ottenere un permesso per ragioni sanitarie. Le continue minacce di farla tornare di nuovo in carcere non l’hanno fatta desistere: Sotoudeh ha infatti sempre continuato a denunciare le ingiustizie e le angherie del regime iraniano, combattendo contro lo hijab obbligatorio. E ora, dopo aver “osato” partecipare al funerale della giovane Armita Garavand, la 16enne uccisa a forza di botte dalla polizia morale di Teheran per non aver indossato il velo, è stata nuovamente arrestata e condotta nella prigione di Qarchak, ex allevamento di bestiame trasformato nella più grande prigione femminile dell’Iran, un buco nero per i diritti dove lei e le altre detenute sono state picchiate e private del sonno. “Una prigione senza norme, sporca e sudicia, con la puzza di liquami, spazi strettissimi e irrespirabili, una gestione atroce e servizi limitati”, ha spiegato pochi giorni fa al Dubbio il marito di Sotoudeh, Reza Khandan.

La sua azione a favore dei diritti umani è stata premiata nel 2012 dal Premio Sacharov, assegnato dal Parlamento Europeo. E poco prima di essere nuovamente arrestata è stata insignita del “Civil Courage Prize”, che ha dedicato simbolicamente al movimento “Donna, vita, libertà”, nato dopo la morte di Mahsa Amini, altra vittima della polizia morale iraniana. Si tratta di “donne che si sono sollevate per liberarsi dal giogo opprimente del patriarcato”, ha spiegato. E una dedica speciale è andata ad Armita, che in quel momento lottava tra la vita e la morte. “Gli occhi dei manifestanti sono stati cavati per negare loro la vista - ha affermato in un video messaggio -, ma i loro occhi si sono moltiplicati in migliaia”. Il movimento “Donna, vita e libertà”, ha aggiunto, “non è giunto al termine”. E perdere “la speranza nel coraggio civile” non è un’opzione. “Sono ancora molte le donne che, quotidianamente, sfidano l’hijab obbligatorio nelle nostre strade - ha spiegato -. Dimostrano il loro coraggio civico ma rimangono a rischio di arresto e violenza”.

Parlando della sua condanna, Nasrin ha spiegato che “la gran parte delle accuse sono politiche - ha raccontato in un’intervista andata in onda su La7 -. Sono stata inquisita per essermi opposta alla pena di morte e sono anche all’interno dell’associazione dei difensori dei diritti umani. Ho difeso imputati politici e civili, imputati di minacciare la sicurezza del Paese. Ci sono tante altre accuse infondate. Una è stata quella di aver difeso le ragazze della via della Rivoluzione a Teheran, che erano salite su dei cubi di cemento in segno di protesta togliendosi il velo, l’hijab, e agitandolo per aria. Io ho deciso di non contestare pubblicamente questa sentenza ingiusta e illegale e a due anni di distanza mi hanno ridotto la pena a 27 anni. Ho fatto quello che ho fatto, come avvocato, perché era giusto farlo. Non potevo non difendere le ragazze della via della Rivoluzione, ignorando le sofferenze che avevano subito e i rischi che avevano affrontate. Se ripenso a quei giorni sono felice: ho avuto l’opportunità di combattere. Quando mi hanno portata in prigione, nessuna delle mie clienti era in carcere: loro erano libere”.

La vicenda suscitò sin da subito l’indignazione internazionale, portando ad una moltiplicazione degli appelli per la sua liberazione. A schierarsi al suo fianco, oltre all’avvocatura istituzionale italiana, furono anche diversi capi di Stato, tra i quali Emmanuel Macron, che il 10 aprile 2019, in un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Hassan Rohuani, sollevò il caso chiedendo la scarcerazione di Sotoudeh. Lo stesso fece il Parlamento europeo, senza però ottenere il risultato sperato. Nasrin è infatti rimasta in carcere, da dove ha continuato a condurre la propria battaglia di libertà. Con lo sciopero della fame e denunciando, nei momenti in cui le veniva concesso di uscire dal carcere per motivi di salute, la corruzione del sistema giudiziario iraniano. Nel settembre del 2020 fu costretta a interrompere un digiuno di protesta iniziato quasi 50 giorni prima per denunciare le condizioni dei prigionieri politici durante l’epidemia di coronavirus. Una prova fisica che la constrinse ad un ricovero di cinque giorni in ospedale, a causa di un’insufficienza cardiaca. Ma dopo il ricovero si riparirono di nuovo le porte del carcere, questa volta a Qarchak, a 25 miglia a sud est della capitale iraniana. Fino al permesso concesso per ragioni di salute poco tempo dopo.

A novembre dello scorso anno, in occasione dell’8° Congresso mondiale contro la pena di morte, Sotoudeh è stata insignita del Premio Robert- Badinter. Pochi giorni prima, l’attivista aveva inviato una lettera ai 1.500 delegati provenienti da 128 paesi diversi. “Io, Nasrin Sotoudeh, avvocato e prigioniera politica in Iran, chiedo al mondo intero e a questo congresso di essere gli occhi e le orecchie degli iraniani in questi giorni difficili”, aveva scritto allora, lanciando un appello per l’abolizione della pena di morte nel suo Paese.