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di Massimo Adinolfi

La Stampa, 11 luglio 2024

L’approvazione definitiva del ddl Nordio che elimina dal codice il reato di abuso d’ufficio, limita la diffusione delle intercettazioni, restringe le possibilità di ricorrere all’appello per il Pm e irrobustisce le garanzie in materia di custodia cautelare non è il paradiso, ma non è nemmeno l’inferno. Non è la riforma che ci monda da tutte le storture del sistema, ma non è neppure la fine di ogni idea di giustizia nel nostro paese. Non è il ripristino dello Stato di diritto, ma non è nemmeno uno scandaloso lasciapassare per corrotti e corruttori.

E allora cos’è? Forse lo si capisce meglio se lo si guarda nei punti che suscitano meno polemiche, che inaspriscono meno gli animi, ma che introducono un cambiamento effettivo. Ma ci arriviamo. Intanto, parliamoci chiaro: l’abuso d’ufficio è un reato solo sulla carta. Uno legge la parola “abuso” ed è portato a pensare, per il semplice significato della parola, che, se si tratta di un abuso, non può trattarsi di una condotta particolarmente commendevole da parte del pubblico ufficiale, e allora perché eliminare la fattispecie in questione? Ma poi guarda le statistiche e si accorge che le condanne si contano sulle dita di una mano, e l’unica pena che viene irrogata è, in sostanza, il ludibrio da cui è investito chi si becca l’imputazione e finisce a processo. Se si volesse ragionare sulla cosa come si deve, bisognerebbe far così: ai garantisti, a coloro che difendono principi diritti e garanzie, bisognerebbe chiedere di dimostrare che a dar loro retta il sistema non perde (troppa) efficienza, non dà licenza di delinquere e non lascia a piede libero i corrotti; ai giustizialisti, invece, a coloro che non dubitano mai di imputazioni e manette, e mettono innanzi a tutto la lotta alla corruzione e alla criminalità, bisognerebbe chiedere, al contrario, di dimostrare che, così facendo, non si comprimono diritti fondamentali e non ci vanno di mezzo quelli che non c’entrano nulla. Orbene, nel caso dell’abuso d’ufficio, i primi, i garantisti, hanno facilmente partita vinta, perché è il sistema com’è adesso che non funziona, che a fronte di migliaia di processi produce pochissime condanne, e che quindi se ha un valore deterrente nei confronti dell’amministratore ce l’ha solo per il clamore che suscita un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio, non per l’esito dell’azione penale. Dopodiché è da vedere cosa accadrà davvero, nella giurisprudenza, se i magistrati proveranno a far rientrare dalla finestra quello che ora è cacciato via dalla porta, ricorrendo a reati connessi per perseguire comunque le condotte che l’abolizione dell’abuso d’ufficio non consentirebbe più di perseguire. Spesso l’attenzione della pubblica opinione è tutta concentrata sui testi di legge e non s’accorge che, nella prassi, poco o nulla cambia veramente.

Dove le cose cambiano di sicuro è invece in materia di custodia cautelare, perché introdurre l’interrogatorio prima della misura preventiva dà effettivamente una carta in più alla difesa. E così pure l’elemento della collegialità per l’adozione di un provvedimento restrittivo della libertà (attualmente in capo a un giudice monocratico) è un passo ulteriore a garanzia dell’inquisito. Ed è un cambio sostanziale anche la limitazione della possibilità, per il Pm, di proporre appello in caso di sentenza di primo grado favorevole alla difesa. Tutte queste misure sono introdotte con qualche prudenza, esentando certi reati più gravi, ma vanno tutte nella stessa direzione e, per mio conto, è una direzione di civiltà.

È un principio di civiltà, infatti, quello che dice: in dubio pro reo. Ma se c’è una sentenza di assoluzione in primo grado, il dubbio ci sarà per forza, anche dopo una futura condanna. Ed è un principio di civiltà - fissato nella nostra Costituzione - quello che pensa al carcere come extrema ratio, e che richiede quindi tutte le verifiche possibili, prima di farvi ricorso. Se poi anche in questo caso si guarda ai numeri - al sovraffollamento carcerario, e all’abnorme percentuale di detenuti in attesa di giudizio - ci si rende conto che, di nuovo, non c’è motivo di preoccuparsi per l’efficienza di un sistema che, in realtà, è già drammaticamente inefficiente.

Cionondimeno, c’è qualche preoccupazione. Un po’ per il quadro politico generale, e una maggioranza che mostra un profilo schiettamente liberale su certi argomenti, ma non su altri (vedi, soprattutto, alla voce immigrazione, ma vedi pure, in materia di giustizia, all’ansia di introdurre nuovi reati: e che, si toglie l’abuso d’ufficio dopo aver introdotto il variopinto reato di rave party?); un po’ perché, in genere, non sembra che Meloni voglia andare tanto per il sottile nei confronti dei cosiddetti contropoteri (vedi, più che il trattamento riservato alla magistratura, le ruvide attenzioni verso la stampa e il servizio pubblico); un po’ infine per la materia ancora in via di definizione, quella delle intercettazioni, su cui il governo è già intervenuto e su cui il ministro promette un riordino generale che non si sa ancora quale assetto avrà, in concreto.

Non sono quisquilie, certo, ma non devono spostare l’attenzione dal merito del provvedimento approvato ieri. Che, dati causa e pretesto - cari i miei giudici austeri, cari i miei militanti severi - bisogna valutare come un passo avanti, anche se ci si avvelena un po’.