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di Valentina Petrini

La Stampa, 12 marzo 2025

Ma chi è benestante in Italia può aggirare i divieti andando all’estero. Alla Consulta l’eccezione di costituzionalità sollevata dal tribunale di Firenze. “Che colpa ho se le mie relazioni non sono andate bene? Se gli uomini di cui mi sono innamorata non volevano figli? Nel frattempo sono arrivata a quarantatré anni e il mio tempo per diventare madre, genitore, sta scadendo. Perché non posso autodeterminarmi e accedere da sola, in Italia, alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (ndr Pma)?”.

Katia Bianco è di Bari, davanti al portone d’ingresso della Corte Costituzionale è visibilmente emozionata. Si stringe alle altre donne che ieri sono arrivate a Roma da diverse parti d’Italia per partecipare all’udienza in cui verrà discusso proprio il divieto previsto dalla legge n.40 di accesso alle procedure di salute riproduttiva per le donne single, non sposate e non conviventi.

La legge 40 ha compiuto 21 anni e in questi due decenni è stata smontata pezzo dopo pezzo. La Corte Costituzionale è dovuta intervenire più volte per rimuovere gli ostacoli che di fatto negavano l’accesso alle tecniche di procreazione assistita a tutte coloro che consapevolmente e responsabilmente volevano scegliere la genitorialità. Non tutti i divieti però sono stati rimossi. Sopravvivono ancora: il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione assistita per i single come Katia e per le coppie dello stesso sesso. Rimane inoltre il divieto di gestazione per altri (ndr oggi reato universale) e quello di donare embrioni alla ricerca. “Gli effetti delle sentenze della Corte sono tangibili, reali: sono circa 14mila i bambini che ogni anno nascono grazie alle tecniche di fecondazione assistita”.

L’avvocata, costituzionalista, nonché segretaria nazionale dell’associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo, martedì è stata la prima a prendere la parola davanti ai giudici della suprema Corte. La questione di legittimità è stata sollevata dal Tribunale di Firenze nell’ambito di un procedimento legale avviato da Evita, una donna di 40 anni di Torino, che si è vista negare il diritto di accesso alla Pma in un centro di fecondazione assistita in Toscana proprio perché sola, non coniugata. Katia e le altre sono sedute vicino, visibilmente emozionate. A difendere i loro diritti, ci sono oltre a Filomena Gallo, altre sei donne, avvocate, costituzionaliste, professoresse, tutte schierate a difesa del diritto alla libera scelta come fossero un unico corpo.

Un corpo di donna appunto. È un’immagine imponente. Anche l’avvocatura dello Stato, che invece rappresenta le ragioni del Legislatore e quindi del governo Meloni, è una donna. Lei però prende la parola e difende, in linea con le norme del governo in carica, il diritto del nascituro ad avere un padre e una madre. Insomma una famiglia tradizionale. Eppure nel 2024 in Italia si è registrato un aumento del 35% delle famiglie monogenitoriali.

“L’esclusione delle donne singole dall’accesso alle leggi di fecondazione medicalmente assistita costituisce una violazione dei principi di uguaglianza, di non discriminazione e autodeterminazione sanciti dalla Costituzione italiana”. Insomma le donne saranno anche per la premier Giorgia Meloni “coraggiose, instancabili, determinate”, ma non abbastanza per essere in grado da sole di fare un figlio e crescerlo al meglio.

Katia Bianco esce dall’aula appena Filomena Gallo finisce di parlare e scoppia a piangere. “Ho speso 15mila euro per tentare la procreazione prima omologa e poi eterologa all’estero. Ora ho finito i risparmi. Se i giudici accogliessero l’istanza di incostituzionalità del divieto della legge 40 verso noi single, avrei un’altra possibilità”. L’ultima relazione al Parlamento sulla Pma evidenzia un aumento del 30,24% dei nati attraverso le tecniche di salute riproduttiva. In questi 21 anni in totale sono nati 209.706 bambini con la Pma. È l’articolo 5 della legge 40 che oggi vieta ancora l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle persone singole e alle coppie dello stesso sesso, quello che Katia e le avvocatesse, con una voce sola, ieri hanno chiesto ai giudici della Corte di giudicare incostituzionale. “Solo chi ha la possibilità economica e può sostenere le spese per andare in un Paese straniero riesce a superare il divieto e questo rappresenta un’ulteriore discriminazione”. È una prassi che si ripete: se sei benestante puoi comprare i tuoi diritti altrove. Se sei un poveraccio soccombi. Ad essere minata sempre è proprio la libertà personale, la libera scelta, il principio di autodeterminazione, dalla nascita alla morte. Nei prossimi giorni i giudici decideranno. Intanto però a livello europeo è stato affermato che le scelte in materia di riproduzione sono diritti fondamentali, strettamente connessi alla sfera intangibile della persona e dell’autodeterminazione.

La risoluzione del Parlamento europeo del 24 giugno del 2021 esorta gli Stati membri a rimuovere ogni discriminazione nell’accesso alle tecniche di fecondazione assistita nei confronti tra l’altro delle donne single. Anche il Comitato per i diritti economici, sociali e culturali dell’Onu nel 2019 è intervenuto perché non è garantito il diritto alla salute riproduttiva della donna e ogni anno evidenzia che non è garantito l’accesso a tecniche di riproduzione per tutti coloro che ne hanno bisogno. In ultimo, nel quadro della conferenza sul futuro dell’Europa del 2022, cittadini e cittadine europei che hanno partecipato, hanno votato una raccomandazione, la numero 45, in cui chiedono all’Unione europea di incoraggiare l’armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia d’accesso alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita per tutte le donne indipendentemente dallo stato civile.

Per l’Europa dunque, quello di Katia è un diritto fondamentale, per l’Italia no. È molto più semplice trattare il tema del calo delle nascite puntando il dito solo sull’aumento dell’età media in cui si inizia a cercare un figlio. Nascono meno bambini perché le donne lavorano e non c’è un welfare adeguato a sostenerle. Vero, ma non solo. Le donne incontrate ieri in aula, protagoniste dell’ennesima battaglia di disobbedienza civile, hanno affermato una cosa chiara: nascono meno bambini anche perché molti uomini non li vogliono o si decidono a farli dopo i cinquant’anni, cioè quanto per una donna è finito il tempo riproduttivo. Se la loro libertà di scelta è garantita, perché quella delle donne no?