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di Luca Mastrantonio

Corriere della Sera, 15 settembre 2022

Come pensa e agisce chi denigra o rifiuta la realtà. Nel film “L’ombra sulla verità”, un professore di storia nega le camere a gas e minaccia la famiglia di origine ebraica di cui è inquilino. Oltre la fiction, viaggio tra chi non afferma verità alternative, ma nega fatti storici che gli altri riconoscono come veri.

Premessa: in questo articolo l’aggettivo “negazionista” non è usato come insulto indiscriminato, descrive chi mantiene una posizione riguardo qualcosa in una forma di pensiero negativo, perché non afferma una verità alternativa, ma nega un fatto storico che altri riconoscono come vero. È facile riconoscere il negazionista perché il suo linguaggio è ricco di aggettivi scettici riguardo le verità storiche presentate come “cosiddette”, messe tra virgolette, derise come “sedicenti”. Se suona come un insulto è perché il termine “negazionismo” originariamente si riferisce a quanti dicono che la Shoah sarebbe una grande bugia. Alcuni lo fanno senza crederci, per una forma di rivincita di cieco sadismo: hanno subìto un torto nella vita e godono nel negare quelli subìti da altri. Altri contrabbandano antisemitismo.

La componente antisemita e la verità di Le Guay - Non tutti i negazionisti sono antisemiti, ma è raro trovare un antisemita che non sia un po’ negazionista. Negare l’Olocausto maschera bene il desiderio di negare agli ebrei il diritto di esistere. Ne è un esempio il protagonista del film L’ombra sulla verità di Philippe Le Guay, un professore di Storia che nega l’esistenza delle “sedicenti” camere a gas e preferisce parlare dello sterminio degli indiani d’America: “Nessuno vuole che se ne parli, come mai? Molte sono le verità che non vi dicono”. Il che porta al para-sillogismo per cui tutto quello che non viene detto è vero. Cacciato da scuola, ridotto a un paria, si rifugia in una cantina comprata da un uomo dal cognome ebreo con cui instaura una guerra psicologica che lo porta a occupare il posto della vittima.

Quelli che tendono a fare le vittime - Ecco perché usare il termine negazionista come insulto generico è rischioso. Il negazionista, quando non è in una posizione di forza, armata o violenta, tende a fare la vittima, così sposta il piano del discorso: dalla verità che lui attacca alla libertà d’opinione messa sotto attacco. Libertà d’opinione sua, ma potenzialmente di chiunque altro. Di fatto la sequestra, con il suo atteggiamento passivo-aggressivo. E vale anche per i negazionismi derivati, più recenti, che lamentano la mancanza di libertà. C’è chi nega che l’uomo è andato sulla Luna, che gli attentati alle Torri gemelle sono opera di terroristi islamici, che la Terra è rotonda, che l’uomo sta accelerando il cambiamento climatico, che il Covid è una pandemia mortale, che i russi uccidono civili in Ucraina... Per alcuni, mettere questi negazionisti sullo stesso piano di chi nega la Shoah è sminuirne la memoria sacra. Di certo è un insulto al quadrato quello che hanno fatto alcuni No Vax che si sono messi delle simil-divise dei prigionieri nei lager. C’è d’altronde chi riesce a negare la Shoah e poi a paragonarsi alle sue vittime.

“Siamo tutti negazionisti” - Ovviamente, su un piano strettamente logico, tutti siamo potenzialmente negazionisti di qualcosa di cui altri sono certi. Per esempio: io agli occhi di un terrapiattista sono un negazionista, perché nego che la Terra sia piatta. Infatti, credo sia tonda. Di più, ne sono certo, me l’hanno insegnato a scuola. E posso dimostrare che è vero? Ci sono foto satellitari, documenti di chi ha circumnavigato il globo... Però - questo è il punto - non ci avevo mai pensato prima di scoprire che ci sono i terrapiattisti. Ecco. È il vantaggio dialettico che il negazionista si prende senza negoziare. Al di là di certi giochi di prestigio numerici, non sostiene una tesi portando delle prove sue, ma attacca la controparte pretendendo che lei ne produca di assolute, che comunque si riserva il diritto di rigettare. Un meccanismo simile a quello delle pseudoscienze analizzate da Karl Popper che rovesciano l’onere della prova delle loro teorie agli scienziati.

Quelli che “l’Uomo non è mai andato sulla Luna” - Prendiamo un caso più leggero, l’allunaggio. Di fronte alle immagini, alle interviste degli astronauti, il negazionista direbbe: “È tutto finto, una messinscena. Voglio prove oggettive”. E se anche gli portassero il tratto di Luna calpestata da Neil Armstrong, ribatterebbe: “Chi mi garantisce che è vero suolo lunare?”. Una soluzione, costosa, sarebbe mandarlo sulla Luna. Ma lui direbbe che l’hanno drogato e messo in un simulatore... Da almeno vent’anni il negazionismo è in crescita. Quello antisemita è radicato in alcune culture e aree del mondo, e aspetta la morte dell’ultimo sopravvissuto ai lager.

Spettacolarizzazione attraverso i social - Negazionismi derivati o più recenti hanno l’età dei media digitali dove proliferano, anche perché i social hanno introiettato il meccanismo binario da talk show televisivo che spettacolarizza la contrapposizione pro/contro. Si è creata una rete globale da baratto low cost, che piace anche a certi Stati: “Tu neghi lo sterminio degli Armeni, io negherò quello degli Uiguri, tu nega il diritto a esistere dell’Ucraina, io lo farò con Taiwan...”. E in Italia? Negli ultimi due anni abbiamo visto fior di intellettuali negare in toto o in parte la mortalità dell’epidemia di Covid o i piani criminali dei russi in Ucraina. C’è il pensatore che nelle prime settimane ha scritto con la prolissa avventatezza di Facebook un libro contro la dittatura sanitaria, e l’opinionista che grida alla censura perché i giornali non pubblicano il testo in cui sostiene che i morti civili ucraini uccisi dai russi non sono morti, non sono civili, non sono ucraini perché l’Ucraina non esiste. Che lo facciano per retaggio ideologico, provocazione o tornaconto personale non importa.

Negazionismo = ignoranza. Sinonimo da smentire - Se li chiamate negazionisti si indignano, vi querelano o vi sbattono in faccia la loro cultura. Il che, almeno, smentisce il luogo comune per cui il negazionismo è sinonimo di ignoranza: no, ma la sfrutta, come sfrutta la rabbia sociale, il risentimento diffuso, il senso di ingiustizia ed emarginazione di chi cede alla tentazione di dire un grande no al mondo. Per dispetto, sfiducia, nichilismo, ribellione. Viene da pensare alla scena di Matrix (1999) in cui Morpheus offre al protagonista Neo la scelta tra la pillola che annebbia il cervello e quella che apre gli occhi della mente. Pillola blu: “Fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai”. Pillola rossa: “Resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio”. Poi aggiunge, con falsa modestia: “Ti sto solo offrendo la verità, niente di più”.

I 4 milioni di risarcimento imposti ad Alex Jones - Niente di più? Alex Jones, un conduttore radiofonico americano di estrema destra, è stato da poco condannato a pagare 4 milioni di dollari per la campagna diffamatoria contro le vittime della strage del 2012 alla scuola Sandy Hook, nel Connecticut, dove un ventenne uccise venti bambini e sei insegnanti. Ripeteva che quelle persone erano attori al soldo del governo, una messinscena per criminalizzare il diritto alle armi. Poi però alcuni fanatici hanno sparato contro le case di alcuni parenti delle vittime, minacciandoli di morte. Un personaggio influente che nega un evento in cui sono morte delle persone non sta solo negando quel fatto, ma pure il dolore che le morti hanno causato. Nega l’umanità di chi prova quel dolore, la paura che succeda ancora, nega la sua umanità e dunque il suo diritto a esistere. Non tutti i negazionismi sono uguali. Alcuni sono più disumani di altri.