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di Fabio Amendolara

La Verità, 24 gennaio 2026

Uno straniero di fede musulmana ogni 115 residenti in Italia è attualmente detenuto in un carcere italiano. Il dato è contenuto nell’ultima relazione sull’amministrazione della giustizia del Guardasigilli Carlo Nordio. “I ristretti provenienti dai Paesi di religione musulmana”, ricostruisce il ministero della Giustizia, “sono 13.814” su un totale di 63.198 detenuti. E basta confrontare il dato con le statistiche ufficiali per ottenere il risultato. I residenti stranieri di fede musulmana sono circa 1,6 milioni (dato rilevato dalla Fondazione Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità). Il rapporto è questo: 13.814 detenuti su 1.600.000 residenti. In termini percentuali significa lo 0,86 per cento. I praticanti, sui 13.814, sono 7.477.

E c’è un altro dato che viene segnalato: in 36 “svolgono la funzione di imam, conducendo la preghiera all’interno dei penitenziari”. E ottenendo, anche, a quanto pare, dei risultati: al 30 settembre 2025 risultano convertiti all’islam 37 detenuti. Dentro questo perimetro numerico si innesta l’analisi sul rischio di radicalizzazione violenta di matrice jihadista. Al 30 settembre 2025 (data dell’ultima rilevazione) i detenuti inseriti nei livelli di osservazione dei nuclei specializzati della Polizia penitenziaria sono 194.

La ripartizione è chirurgica. E presenta tre livelli di attenzione. Il primo, che considera un rischio “alto”: 65 sono detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale o di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione o reclutamento. Il secondo (rischio medio): 61 sono coloro i quali, all’interno del penitenziario, hanno posto in essere più atteggiamenti che fanno presupporre una vicinanza all’ideologia jihadista. Il terzo (basso): 68 sono i casi in cui le notizie raccolte negli istituti di pena risultano generiche e, proprio per questo, richiedono un ulteriore approfondimento.

C’è, quindi, una stratificazione di profili, livelli, segnali. Tutto viene osservato, catalogato e distinto. Ed è sempre l’analisi a indicare che il problema non sia solo religioso o ideologico, ma sempre più spesso ambientale. Emerge con chiarezza soprattutto negli istituti penali minorili. Dove si registra un afflusso crescente di ragazzi provenienti da altri contesti territoriali, con una prevalenza di utenza straniera, in netto aumento negli ultimi mesi.

Dentro questo flusso convivono due componenti. Da un lato immigrati di seconda generazione, spesso provenienti da quartieri periferici delle città del Nord. I cosiddetti maranza. Dall’altro minori non accompagnati, senza fissa dimora e privi di riferimenti in Italia. Due mondi diversi, compressi nello stesso spazio ristretto. Il risultato è descritto senza giri di parole: “un inevitabile turbamento degli equilibri interni agli Ipm”.

Una convivenza resa difficile tra detenuti appartenenti a differenti culture e tra detenuti e personale di polizia penitenziaria. La componente culturale, insomma, è una delle cause che contribuiscono a rendere complessa la costruzione di un clima relazionale positivo. Gli effetti sono concreti: eventi critici frequenti, conflitti tra gruppi di diversa appartenenza culturale, azioni violente, auto ed etero-dirette, danni a beni e strutture dell’amministrazione penitenziaria. Un’analisi sulla quale converge anche l’ultimo studio (pubblicato nel 2025 da Ministero degli Affari esteri, The Siracusa International Institute e Next wawe) sulle “traiettorie minorili e i nuovi modelli per le politiche della sicurezza di prevenzione e contrasto al terrorismo e alla radicalizzazione”.

L’ambiente carcerario, offrendo “opportunità di contatto con altri detenuti radicalizzati”, si legge nel rapporto, “può creare o amplificare le condizioni conduttive alla radicalizzazione e quindi divenire vettore della stessa”. È qui che il ruolo degli imam, delle conversioni e delle dinamiche interne agli istituti di pena diventa un tema sensibile. Non è una questione ideologica, ma di sicurezza.