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di Giampiero Rossi

Corriere della Sera, 14 agosto 2025

Don Paolo Steffano è un prete di 60 anni che si è sempre “sporcato la tonaca” in comunità difficili. Prima di approdare al Gratosoglio, si era già misurato con il Corvetto. “Ma quale infanzia? Nei campi è solo un dato anagrafico, già molto prima dei 13 anni si vivono esperienze da brividi. Altro che guidare l’auto, quello è il minimo, lo fanno tutti”. Don Paolo Steffano è un prete di 60 anni che si è sempre “sporcato la tonaca” in comunità difficili. Prima di approdare al Gratosoglio, periferia all’estremo Sud di Milano, si era già misurato con il Corvetto - altro storico quartiere popolare - e prima ancora a Baranzate, prima cintura dell’hinterland settentrionale, al confine con Quarto Oggiaro, dove la Babele delle fragilità comprendeva anche un campo nomadi.

Don Paolo, lei conosce i quattro ragazzini che erano a bordo di quell’auto?

“Forse li ho incrociati, ma non ho avuto a che fare direttamente con loro”.

Però di bambini provenienti dagli insediamenti rom della zona lei ne ha conosciuti?

“Sì, cerchiamo di coinvolgerli nelle nostre attività e alcuni sono venuti in campeggio. Ne ricordo uno che cercava continuamente l’attenzione, ma si è comportato benissimo. Poi, poco dopo il rientro, un giorno ha preso l’auto del nonno ed è andato a schiantarsi contro un palo per distruggergliela, perché c’era in corso una lite familiare. Una cosa spiazzante, appena tornano alla realtà del campo diventano altre persone. E guardi che se quei quattro fossero andati in giro con quell’auto il giorno dopo, quando in quel punto c’è il mercato, sarebbe stata una strage tipo Nizza o Berlino”.

Ma il fatto di circolare al volante di un’auto da bambini è così frequente?

“Eh sì. Per noi prendere un bambino sulle ginocchia e fargli girare il volante è un gioco, lì dentro invece guidano davvero. Perché a loro l’infanzia è negata, vivono precocemente da adulti”.

Quindi è possibile stabilire rapporti con quei bambini e con le loro famiglie?

“Non con tutti, per entrare nel campo bisogna conquistare la fiducia di qualcuno e comunque ci sono zone vietate e spesso guerre interne. I bambini si lasciano coinvolgere, il problema è che quando diventano adulti la legge del campo si impone e li ritira dalla vita, non li vedi più, diventano come gli altri adulti”.

Quindi cosa si può fare?

“È una questione atavica, non ci sono risposte, la cronaca nera prevale su tutto, azzera il lavoro di tanti e allarga il solco delle diffidenze. Però a quel punto l’errore è appiattire tutto sulla questione dei rom, perché ci va di mezzo tutto il quartiere, che di fragilità ne contiene tante”.

Cioè?

“Bisogna distinguere. C’è il mondo rom, che comprende il campo regolare di Chiesa rossa e l’insediamento selvaggio di via Selvanesco, senza nemmeno acqua corrente, con persone non intercettabili. E poi c’è il quartiere. Con tanta gente bella ma anche affaticato da tremende fragilità familiari, delinquenza, bande, risse, ragazzini con il coltello, case popolari fatiscenti, occupazioni. Ma siamo riusciti a costruire qualche percorso virtuoso, abbiamo festeggiato persino qualche laurea”.

E su questo come si dovrebbe agire?

“Dal punto di vista politico c’è un rimpallo di responsabilità. E invece servono investimenti duraturi e non di facciata, altrimenti ogni tanto ci scappa il morto”.