di Mattia Feltri
La Stampa, 31 gennaio 2026
Il Foglio ha pubblicato una lunga intervista a Andrea Padalino - chi nell’altro millennio si occupava di Mani pulite lo ricorderà giudice per le indagini preliminari a Milano, e lo ricorderanno anche a Torino dove è stato pubblico ministero. Oggi Padalino non può credere al sé stesso di allora, così cieco davanti alla devastazione dello stato di diritto per mano sua e dei suoi colleghi, al disprezzo per il bene supremo della libertà, alla boria e al delirio di onnipotenza, alla correità con la giustizia mediatica, agli abusi del sistema correntizio. In realtà l’elenco è molto più lungo e dettagliato e impietoso, e dopo esserne rimasto incastrato - non più carnefice ma vittima - Padalino se n’è reso conto e ora chiede scusa.
Cinque, sette, dieci volte. Non le ho contate, ho mollato l’intervista prima della metà perché ero esausto. Neanche un secondo metto in dubbio l’onestà intellettuale di Padalino, però no, non ce l’ho fatta. È come con Gianni Alemanno: non gli sono mai stato così solidale, ora che da Rebibbia si batte fieramente per i diritti dei detenuti, e gli auguro con tutto il cuore di uscire al più presto. Ma mi chiedo come sia possibile che un ex sindaco di Roma per capire cos’è Rebibbia debba finirci da detenuto. Nessuno meglio di lui doveva capirlo prima. Ne aveva tutti gli strumenti. Aveva il dovere istituzionale, dunque morale, di capirlo prima, esattamente come aveva il dovere e gli strumenti il magistrato Padalino, e come loro le centinaia che ho visto prima di loro. Ma che paese siamo, se bisogna saltare un pasto per farsi un’idea di che cosa sia la pancia vuota?










