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di Francesco Grignetti

La Stampa, 26 marzo 2022

La battaglia degli avvocati: sanzioni ai giudici che sbagliano. Dal 1992 a oggi 900 milioni di euro alle oltre 30mila persone detenute ingiustamente.

Finire in una cella e però essere innocenti. Nel gergo legale, si chiama “ingiusta detenzione”. Capita fin troppo spesso in Italia. Da ieri, grazie alla risposta del ministero dell’Economia a una interrogazione parlamentare, conosciamo i numeri delle “ingiuste detenzioni” relativamente al 2021, anno di pandemia: sono stati 565 gli italiani finiti da innocenti dietro le sbarre. E conosciamo anche quanto questi sbagli giudiziari sono costati allo Stato: circa 24 milioni di euro in risarcimenti. Si arriva a 25.478.105 euro se si sommano alle “ingiuste detenzioni” anche i conclamati “errori giudiziari”. Ovviamente dolore, pena, senso di vergogna, reputazione distrutta qui non sono conteggiati.

Quasi un miliardo - Dal 1992 a oggi, sono stati oltre 30 mila gli italiani finiti da innocenti in carcere, per una spesa complessiva dello Stato di quasi 900 milioni di euro. Numeri imponenti. Che peraltro non sono neanche completi, in quanto molti tribunali trovano ogni tipo di scusa per non aggiornare le statistiche della vergogna. Due anni fa, soltanto il 76% dei tribunali aveva risposto al questionario del ministero della Giustizia. Quasi un quarto degli uffici, ben il 24%, mancava all’appello.

Se lo Stato è venuto allo scoperto, e ha certificato questi numeri al Parlamento, è per merito dell’onorevole Enrico Costa, vicesegretario di Azione, che si batte per il rispetto delle garanzie in questo Paese. Costa intanto lamenta il sostanziale disinteresse generale per questo problema. “Entro il 31 gennaio di ogni anno - spiega - il governo dovrebbe per legge relazionare alle Camere sul numero di arresti nell’anno precedente, sull’esito dei processi con arresti, sulle ingiuste detenzioni, sulle azioni disciplinari nei confronti di chi ha sbagliato. Tuttavia è ormai prassi del ministero della Giustizia presentare la relazione con notevole ritardo, non prima del mese di aprile”. Ovviamente, se una persona è stata arrestata e poi viene assolta, magari perché il fatto non costituisce reato, dice Costa che sarebbe “giusto” chiarire. Invece non succede quasi mai. “Il problema nel nostro Paese è che quando accadono queste vicende, lo Stato si volta dall’altro lato senza comprendere le vere ragioni, senza verificare le motivazioni dietro quegli errori e senza sanzionare chi sbaglia”.

Scontro con le toghe - Costa rilancia nell’occasione la sua battaglia, condivisa con l’Unione degli avvocati penalisti, per un maggiore rigore sui magistrati nell’ambito della riforma del Csm. Vorrebbe una specifica sanzione disciplinare “per chi ha concorso, con negligenza o superficialità, all’adozione dei provvedimenti di restrizione della libertà personale”, qualora siano poi bocciati e venga disposto il risarcimento per ingiusta detenzione.

Di contro, i magistrati vedono con enorme fastidio ogni avvicinamento degli avvocati negli ingranaggi della magistratura. Ad esempio, con il voto sulle carriere dei togati. “Non si tratta di dare le pagelle ai magistrati, ma di offrire loro elementi di riflessione aggiuntivi, provenienti da chi osserva l’operare del giudice da un diverso punto di vista”, insiste la ministra della Giustizia, Marta Cartabia.