di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 13 agosto 2025
Tra le roulotte e i rifiuti di via Selvanesco, periferia a sud della città: “Vogliamo bene ai nostri ragazzi, andavano a scuola ma era troppo lontana”. Il parroco: in questo quartiere guidano tutti fin da piccoli. All’imbrunire nel campo rom di via Selvanesco le uniche luci sono quelle dei fuochi e delle collane di lampadine appese fuori dalle roulotte, resti tristi di qualche vecchio festeggiamento. L’odore di gomma bruciata, di immondizia, di fogne a cielo aperto e di masserizie ammuffite fa lacrimare gli occhi. Due carcasse di auto semi carbonizzate, tra giocattoli rotti, bici scassate e un paio di topi morti segnano l’ingresso al campo, monito, sembra, a non avvicinarsi troppo.
“Basta guardare ancora, non siamo cattivi, siamo poveri, andate via, mica siamo animali”, dice una donna-ragazza con accento slavo, avrà forse diciott’anni, un bambino in braccio, altri due alle calcagna, la pancia grossa di un parto prossimo, l’unica che accetta di dire qualcosa, prima che le altre la fermino. “Noi vogliamo bene ai nostri figli, andavano a scuola ma scuola è lontana”, mormora in una mescolanza tra italiano e slavo, i pochi uomini osservano ostili, i bambini, tanti, corrono tra cumuli di immondizia invasa da mosche.
È in questa favela malsana e invasa dal tanfo, nella campagna che circonda un pezzo di periferia sud di Milano, dove resistono ancora cascine e appezzamenti coltivati, che sono cresciuti, invisibili alla società fino a quando non hanno ucciso una donna, i quattro ragazzini che hanno investito e spento la vita di Cecilia De Astis. Come in un gioco feroce, mescolando residui d’infanzia a vite già corrotte, una bambina di undici anni, due dodicenni e un tredicenne dopo aver comprato un mucchio di magliette con il disegno dei Pokemon, hanno rubato l’auto del turista francese e travolto poi Cecilia. I Pokemon, un’auto, la morte.
E allora bisogna venire qui, dove giornalisti e telecamere sono stati accolti con lanci di pietre, in questa conca sterrata che quando piove diventa acquitrino, fango e melma, di proprietà di una delle famiglie che lo abitano, per capire come possano esistere dei bambini invisibili. Semi adolescenti che non vanno a scuola, rubano, hanno le facce da grandi, poi un giorno il gioco diventa troppo grande e una donna muore. Dove sono cresciuti? Le anagrafi scolastiche si sono accorte della loro assenza?
“Qui tutti i ragazzini rom guidano già a 12-13 anni” dice don Paolo Steffano, parroco di ben quattro chiese nel quartiere di Gratosoglio, dove la povera Cecilia De Astis è stata uccisa dall’auto guidata, sembra, dal più grande dei “bambini”, un tredicenne. Racconta di un pezzo di campagna diventata una sorta di zona franca, dopo gli sgomberi di quasi tutti i campi rom di Milano, con assegnazione di case popolari e in alcuni casi di buona integrazione. “Da diversi mesi vediamo arrivare nuove famiglie e molti minorenni. Vanno in giro, compiono furti, rompono i vetri delle auto. Ma fino a ieri si erano sempre macchiati di furti e danni di piccolo cabotaggio”. Fino a ieri appunto. Fino alla morte di Cecilia.
Da qualche parte, ma ben nascosti e protetti dagli adulti, nel campo di via Selvanesco, i quattro ragazzini sono già tornati alle roulotte. Affidati alle famiglie, non punibili per la loro giovane età. Probabilmente poi, a meno che non scenda l’oblio, di nuovo, su questa enclave di invisibili, qualcuno dovrà pensare al loro recupero. “Ma quale recupero - sbotta fuori da una baracca un anziano che qui aveva il suo orto urbano - quelli sono peggio delle cavallette, rubano tutto, se non rubano distruggono. Io avevo qui le mie piante, non ho più nulla”. Perché non c’è soltanto il campo rom in quest’area coltivata a girasoli. Ci sono, chissà da quanti anni, case di lamiera, rifugi per disperati, una strana popolazione mista di persone che camminano con borse, fagotti, vecchie biciclette e carrelli della spesa con la ferraglia presa dai cassonetti.
Davanti al ristorante “Al Garghet” a poche centinaia di metri dal campo di via Selvanesco, il giardiniere romeno sta innaffiando le piante. “Qui la vita è diventata difficile. Noi al ristorante abbiamo dovuto aumentare la sicurezza. Quei quattro che hanno messo sotto e ucciso la signora, io li conosco bene, venivano anche qui a fare casino, chiedevano Coca Cola, vino, facevano rumore. Sta succedendo qualcosa di strano: di notte qui intorno c’è un gran traffico di furgoni che entrano ed escono dalla zona delle roulotte. E da quando hanno chiuso anche gli ultimi campi, loro sono sempre di più”.
Loro. Favela ai margini di una città ricca e feroce che ormai esclude i giovani, le famiglie, dove la povertà aumenta, così come l’altezza dei grattacieli travolti dall’ultimo scandalo del mattone. Favela che la destra vorrebbe radere al suolo, tutti via cancellati, mentre la Caritas ricorda che l’unica strada, pur nella pretesa della legalità “sono percorsi di accompagnamento, vanno chiamate le istituzioni a esercitare il proprio ruolo”.
Bisogna chiederselo allora dove erano le istituzioni mentre questi quattro ragazzini crescevano. Per intercettarli, includerli, proteggerli anche dalle loro stesse famiglie. Perché ciò che resta, mentre scende la notte e bisogna andare via da questa periferia agreste che diventa terra di nessuno, sono il degrado, i cani randagi e il tanfo di copertoni bruciati. Niente acqua corrente, niente fogne. Un uomo arriva a portare via la futura mamma che aveva detto qualche parola. “Questa è la nostra zona, voi non potete entrare”. Restano quattro bambini con il destino segnato, forse un futuro in comunità, o in affido familiare, cresciuti senza infanzia e senza futuro. A meno che di questi invisibili qualcuno torni a occuparsi.











