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di Sergio Segio

Il Manifesto, 7 ottobre 2026

Nelle carceri l’estate 2026 sarà ricordata per il caldo torrido, quello stesso che ha afflitto i cittadini liberi, ma dai detenuti subìto senza il relativo beneficio di condizionatori, bagni di mare o almeno docce frequenti, gelati o bibite ghiacciate, correnti d’aria o ventilatori. Questi ultimi, per la verità, sono stati donati da volontari ad alcuni penitenziari rimanendo però abbandonati nei magazzini anziché essere distribuiti ai reclusi, in taluni casi, e, in altri, inutilizzati poiché veniva richiesto agli stessi il pagamento dell’energia elettrica. Anche la burocrazia sa essere un’incurante fonte di sofferenza aggiuntiva.

Nel carcere di Pisa rimarrà pure impresso nella memoria di questi mesi un altro aggravio di pena, una pena ben poco rieducativa come Costituzione vorrebbe, essendo divenuta - anzi, ritornata a essere - pena corporale, afflizione che resta incisa nei corpi. In questo caso tramite i morsi di fameliche cimici, la cui infestazione si è diffusa in agosto nelle celle del Don Bosco. Sarà forse venuta da lì la pessima idea di aggiungere in alcune delle celle pisane un altro tipo di cimici, quelle elettroniche. Il 30 settembre i reclusi oggetto dello spionaggio se ne sono però accorti, forse perché, a differenza delle altre, queste non mordevano.

La scoperta ha rapidamente ingenerato una protesta, con i detenuti che hanno occupato un reparto del penitenziario. Protesta, naturalmente immediatamente classificata quale rivolta, durata tutta la notte. Sino a che, come ha annunciato trionfante il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, l’ordine è stato ristabilito grazie al decisivo “ruolo di coordinamento della neocostituita Direzione generale delle specialità del Corpo di Polizia penitenziaria, attraverso l’invio dei negoziatori, di tre squadre del Gruppo di intervento operativo, giunte per l’intervento con un aereo militare della Guardia di finanza, unitamente alle due squadre del Piano operativo regionale”.

Insomma, di uno spropositato esercito prontamente mobilitato per ricondurre alla ragione e all’obbedienza poche decine di detenuti comprensibilmente arrabbiati per essere, oltre che rinchiusi a friggere nelle celle, tormentati dalle cimici, quelle parassite e quelle spione. I primi commenti, al solito, fanno risalire l’accaduto al sempiterno e pur assai reale sovraffollamento, che tutto spiega, e all’altrettanto abusato argomento della carenza di personale di custodia, che tutto giustifica, ma che spesso fa torto al buon senso e ai numeri. Al Don Bosco, infatti, per i 303 detenuti presenti (su circa 190 posti disponibili) vi sarebbero 185 agenti, secondo gli stessi sindacati di polizia. Dunque, più di un agente ogni due reclusi.

Rimane così in ombra la causa scatenante, ovvero i prevedibili effetti di quella legge 24 aprile 2026, n. 54, fortemente voluta dal governo, e in specifico del suo articolo 15 “Operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari”, che, all’opposto, produce tensioni alimentando paure, sospetti, diffidenze, conflitti, un possibile snaturamento degli operatori a vario titolo presenti negli istituti e, in definitiva, delle stesse funzioni della pena reclusiva. Una legge criminogena e pericolosa, come all’epoca aveva da subito denunciato un appello promosso da operatori e associazioni, a partire dalla Società della Ragione, secondo il quale quella legge costituisce un ennesimo passo verso lo smantellamento del carcere previsto dall’articolo 27 della Costituzione e una costante minaccia pendente sull’intera comunità carceraria. Proprio come da ultimo si è visto al Don Bosco di Pisa. Dove, ha infine annunciato il capo del Dap, “i capi della rivolta sono stati tratti in arresto e assicurati alla Giustizia”. Chissà che non si sia trattato di un’altra operazione sotto copertura.