di Marta Serafini
Corriere della Sera, 19 agosto 2023
Oltre 225 detenuti, età media 11 anni, tra classi, laboratori e preghiera, il nuovo governo afghano ha preso il controllo di un centro fondato dalla cooperazione italiana. Nella struttura ci sono prigionieri comuni, criminali e i “beggars”, i piccoli mendicanti. In un cortile polveroso un gruppo di ragazzi sta giocando una partita di calcio. Davanti a loro, un’alta rete metallica. Carcere minorile di Kabul, qui un tempo venivano detenuti i giovani reclutati dai talebani e da Isis. Ma ora che lo Stato islamico è tornato al potere, dietro le sbarre ci stanno giovani prigionieri comuni, criminali e i “beggars”, i piccoli mendicanti e borseggiatori di strada. “Qui abbiamo 225 detenuti. L’età media è di 11 anni ma non scendiamo sotto i 7 anni”, spiega Nazar Mohammad Naseri, direttore del carcere. Ex imam, originario di Kabul, turbante nero e barba lunga, parla senza guardarci negli occhi ma è disponibile a rispondere alle domande.
Il gruppo più nutrito è quello dei bambini. Piccoli, davvero. “Arrivano qui direttamente dalla strada, spesso non hanno i genitori. Ma se ci sono glieli riportiamo, come impone la legge”, sostiene Nazar Mohammad Naseri. Seduto nel suo ufficio, alle spalle le bandiere bianche e nere dello Stato islamico, il direttore ci tiene a rassicurarci. Siamo i primi giornalisti occidentali a visitare la prigione da quando i talebani sono tornati al potere due anni fa. Ma i funzionari del nuovo governo sono ansiosi di mostrare il loro volto buono. “Tra loro ci sono anche tossicodipendenti, assassini. Noi cerchiamo di recuperarli, la logica non è punitiva”. Nell’agosto 2021 i talebani, dopo aver liberato i loro prigionieri, hanno preso il controllo delle carceri di tutto il Paese. E fin dai primi giorni hanno annunciato di voler abbattere le cifre altissime della criminalità afghana. Il problema, ora, è la povertà estrema che rischia in realtà di far salire il numero dei detenuti compreso quello dei minori che, lasciati senza controllo dalle famiglie, si danno ai furti per sopravvivere. E non solo, la riorganizzazione dell’intero sistema giudiziario non rende ancora chiaro chi sia responsabile di giudicare e stabilire le pene. Morale, nelle carceri talebane in totale i minori sono 1.089 detenuti minorenni, fra cui 47 di sesso femminile, secondo quanto reso noto da Habibullah Badr, il numero due militare dell’amministrazione penitenziaria dell’Afghanistan.
Naseri ci guida nel carcere. È un vecchio edificio, costituito da più blocchi circondati da un alto muro e filo spinato ovunque. Pensare di fuggire è impossibile. I colori che predominano sono il verde e il rosa. All’ingresso, una targa mostra la vecchia dicitura, Kabul Juvenile Rehabilitation Center, è stata la cooperazione italiana a fondare la struttura. Il direttore è ansioso di mostrarci le aule, dove i ragazzi più grandi sono riuniti per le lezioni. Sono tutti seduti, indossano gli abiti tradizionali e hanno il capo coperto. Sui banchi però non ci sono libri, quaderni o penne. Alle pareti, qualche mappa e qualche scheda anatomica. “Cosa stanno studiando?”, chiediamo. “Questa è la lezione di Corano”, ci viene risposto. È così che i talebani recuperano i giovani “criminali”, attraverso la religione. “Imparano la legge e i versetti sacri”. Ma ci assicurano che fanno anche lezione di matematica. “Cosa vuoi fare da grande?”. “L’astronauta”, risponde uno più grande seduto nelle ultime file.
A un giovane viene chiesto dall’insegnante di intonare un canto religioso. La musica è proibita dai talebani, è permessa solo quella islamica. Dalle feritoie delle celle intorno alle classi i più grandi si affacciano, curiosi. Alcuni di loro indossano la mascherina. Molti hanno la testa rasata, nonostante la sharia vieti di tagliare peli e capelli. “Lo facciamo per evitare il propagarsi di pidocchi e parassiti, poi ci sono i detenuti di etnia hazara cui permettiamo di radersi”, spiegano. Ci sono anche parecchi ragazzini con pochi peli sul volto. Ci viene concesso di entrare in alcune celle. Una decina di giovani per ciascuna si muovono tra coperte e materassi colorati. Gli sguardi sono curiosi, quasi nessuno sembra impaurito. Ma nessuno parla. In una di queste, buttato su un materasso, dorme un ragazzo con indosso una maglietta rossa. Non ci viene detto cosa abbia. Vicino a lui si apre una latrina lurida. “Quando questa struttura era gestita da voi occidentali era molto più sporca di così. Noi abbiamo lavorato per renderla migliore e l’abbiamo tutta ripulita”, continua il direttore.
Ai piani superiori le celle sono stracolme. Contro le grate, i ragazzi si ammassano. Alcuni hanno attaccato dei fazzoletti bianchi alle inferriate, altri hanno steso le uniformi. Ammassati sui davanzali si notano le copie del Corano e la pila di tappeti per pregare. Urlano, per richiamare l’attenzione. “Quante volte ricevono da mangiare?”, chiediamo. “Fanno tre pasti al giorno”, ci viene risposto. Ma di cibo non vediamo traccia, se non un secchio di pane raffermo buttato in un angolo. Il direttore ci porta in una stanzetta costruita all’interno di un’altra. È piccolissima, priva di finestre e di luce. “Questa era la cella di isolamento ma noi non la usiamo più, noi siamo più buoni”, dice ridendo. In altre stanze sono stati allestiti dei laboratori. “Oltre alle lezioni, cerchiamo di fare sì che i ragazzi imparino un mestiere in modo da recuperarli. Abbiamo corsi di calzolaio, di meccanico, di elettricista”. Nelle aule vuote campeggiano strumenti anche pericolosi, come grossi caccia viti con la bandiera statunitense sul manico in gomma.
Sopra Eleonora Colpo e Marco Puntin di Emergency e l’ambulatorio nel carcere
Nel carcere è presente anche un ambulatorio medico, gestito da Emergency, tra le poche ong rimaste dopo il ritorno dei talebani e che qui visita i pazienti e se necessario li riferisce all’ospedale. Spiegano Marco Puntin, direttore Paese in Afghanistan di Emergency e Eleonora Colpo, coordinatrice medica sempre di Emergency: “Per Emergency è molto importante la presenza in carcere, per dare dignità e per portare cure mediche laddove non arrivano. La prima assistenza avviene nella clinica all’interno della prigione. Ma se necessario, le autorità chiunque esse siano devono garantire ai pazienti l’accesso ai nostri ospedali”. Tutti i giorni i medici e gli infermieri visitano i pazienti. “Fin qui non abbiamo riscontrato malattie particolari o episodi di malnutrizione. In ogni caso, rispetto al periodo precedente al 2021, le condizioni generali della struttura ci sembrano migliorate”.
In una sala più grande un gruppo di uomini, tra cui alcune guardie talebane, stanno seguendo una conferenza. “È un corso sul rispetto dei diritti dei minori”, ci spiegano. Un pannello illustra come l’argomento debba essere trattato secondo la legge islamica e secondo la convenzione sui bambini. Sopra campeggia il logo di Unicef. “Stiamo formando le guardie e gli operatori affinché possano lavorare nel rispetto di tutte le leggi”. Poi con un cenno del capo il direttore del carcere ci fa capire che la visita è finita. E nel carcere minorile di Kabul torna il silenzio.











