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di Fulvio Fulvi

Avvenire, 24 ottobre 2025

Il lavoro è l’unica risposta adeguata al profondo malessere di chi è costretto a vivere dietro le sbarre nell’inedia quotidiana, troppo spesso in preda alla solitudine interiore. Ma avere un’occupazione rappresenta anche una speranza concreta di reinserimento nella società quando, scontata la pena, si tornerà fuori. È necessario però abbattere gli impedimenti legati allo stigma che accompagna quasi sempre chi esce da uno stato di reclusione, ritenuto per ciò stesso inaffidabile, impreparato se non addirittura pericoloso.

Secondo un recente Report del Cnel, infatti, oggi lavora soltanto il 34,3% dei ristretti nelle carceri italiane, la maggior parte dei quali (l’85% nel 2024) è alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria (per i servizi d’istituto, ad esempio) mentre il resto è suddiviso equamente (il 5%) tra chi esegue la manutenzione dei fabbricati, chi lavora all’interno della struttura carceraria per conto di aziende e cooperative oppure, trovandosi in regime di semilibertà, è impiegato all’esterno presso fabbriche, imprese o uffici. Per un detenuto trovare lavoro è quindi una strada impervia e piena di ostacoli. Ma non impossibile.

Lo dimostrano le iniziative della Fondazione con il Sud legate al bando “Evado a lavorare”: gli ultimi otto progetti selezionati e finanziati con quasi tre milioni di euro coinvolgeranno nei prossimi mesi 500 persone detenute in 24 strutture penitenziarie situate in Basilicata, Campania, Puglia e Sicilia. Saranno avviati 200 tirocini formativi e attivati circa 120 nuovi posti di lavoro esterno. Senza dimenticare la cura di tutti gli aspetti che riguardano i bisogni sociali che dovranno affrontare i singoli soggetti impegnati nelle diverse attività: la casa, la salute, l’inclusione.

Verranno messi in atto, sui territori di competenza, supporti abitativi e psicologici per la gestione delle emozioni. L’obiettivo dei progetti è quello di offrire concretamente “una seconda chance” ai detenuti ponendo al centro la loro persona. Previsti percorsi di formazione professionale con il rilascio di specifiche qualifiche nei settori dell’agricoltura, dello spettacolo, dell’alimentare, dei servizi alla persona, socio-assistenziali ed educativi.

Corsi e tirocini riguarderanno anche la cantieristica navale e il restauro delle imbarcazioni. Si è tenuto conto del fabbisogno lavorativo delle imprese (cooperative sociali partner e realtà profit dei territori) con la possibilità, in una seconda fase, al termine della formazione, di trovare un’occupazione stabile. I progetti saranno realizzati grazie anche all’apporto di oltre cento organizzazioni che comprendono enti pubblici, fondazioni e diocesi.

“Sempre più spesso ci troviamo davanti a notizie che ci raccontano di persone che nelle carceri si tolgono la vita o compiono atti di autolesionismo - afferma Stefano Consiglio, presidente della Fondazione con il Sud - il lavoro, ma anche tutta la rete di servizi di accompagnamento professionale e di supporto emotivo e personale, sono certamente strumenti imprescindibili per restituire dignità al tempo trascorso in carcere, oltre a ridurre drasticamente il rischio di recidiva che si verifica nel 70% dei casi tra chi non lavora e solo nel 2% tra chi ha vissuto un’esperienza lavorativa durante il periodo di detenzione, che nello stesso tempo beneficia anche di ricadute positive sull’autostima e sul benessere”.

La Fondazione con il Sud è un ente non profit privato nato nel 2006 dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del Terzo Settore e del volontariato, per promuovere le infrastrutture sociali nel Mezzogiorno, cioè percorsi di coesione e buone pratiche di rete per favorire lo sviluppo delle aree dove si riscontra un maggiore disagio. A beneficiare delle iniziative intraprese dal nuovo bando di “Evado a lavorare” (il terzo di un più vasto progetto) saranno reclusi scelti negli istituti di pena delle province di Potenza, Napoli, Caserta, Benevento, Barletta-Andria-Trani e Catania.