Il Mattino di Padova, 16 febbraio 2015
Quando Papa Francesco di recente ha parlato di informazione, lo ha fatto denunciando con chiarezza la tendenza generalizzata a costruire dei nemici: "Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c'è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in se stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l'espansione delle idee razziste".
Nella nostra redazione in carcere, proprio mentre discutevamo delle parole del Papa, è arrivata una lettera di un "cronista di nera pentito", insieme ad altri messaggi, tutti di giornalisti che hanno partecipato al Corso di formazione per giornalisti, che abbiamo di recente organizzato in galera. E tutti hanno scoperto, attraverso le testimonianze delle persone detenute, un altro mondo, o meglio si sono per la prima volta confrontati con una realtà, molto più complessa di quella che avevano sempre immaginato esistesse dietro le sbarre.
Sono andato a rivedermi alcuni articoli di nera da me scritti in questi anni
Cari Amici della Redazione, vi scrivo questa mia lettera perché mi sento in debito nei vostri confronti. Dopo l'incontro in carcere, al seminario di formazione per i giornalisti, incontro che mi ha aperto gli occhi su molti miei pregiudizi, sono andato a rivedermi alcuni articoli di nera da me scritti in questi anni e ho scoperto di aver spesso trattato l'argomento da un unico punto di vista, quello delle vittime. Disinteressarsi completamente dell'aggressore, del condannato, paragonandolo al diavolo, a un tumore di cui la società deve disfarsi seppellendolo in un carcere da dove non uscirà mai, è facile e accontenta il lettore.
Ma non da quell'informazione giusta e al di sopra delle parti che sono tenuto a dare. Parlando con voi e ascoltandovi è nato in me un sentimento strano. Non riuscivo a vedervi come dei biechi assassini che hanno trucidato le loro vittime bevendone il sangue, vi vedevo e vi sentivo invece come persone a me uguali, coi vostri problemi, le vostre preoccupazioni, costretti, o meglio dire "ristretti" in un mondo che vi sta uccidendo lentamente e da oggi credo, ingiustamente. In questi giorni che sono seguiti al seminario organizzato dalla vostra redazione con l'Ordine dei Giornalisti, non sono riuscito a impormi di "dimenticare" Biagio, Carmelo e gli altri. Non sono riuscito a scrollarmi quel senso di colpa che mi pervadeva all'uscita dal penitenziario e che anche in questo momento mi rode. Cosa posso fare, mi domando, per riparare a quella pigrizia mentale che mi ha impedito di dare una giusta informazione? Ma soprattutto cosa posso fare per aiutarvi oggi che non vi considero più dei "mostri" ma che ho iniziato a vedervi come degli amici? Non lo so ed è per questo che vi invio questa mia mail. Suggeritemelo voi. Scrivetemi e ditemi cosa un povero giornalista di provincia può fare per aiutare un amico in carcere. Sono a vostra disposizione.
Valerio Bassotto
(Direttore Responsabile mensili Gruppo News)
Speriamo che anche altri colleghi giornalisti si siano portati dentro qualcosa di positivo
Caro Valerio, senza il timore di eccessivo orgoglio posso affermare che l'incontro con voi, giornalisti di cronaca nera e giudiziaria, nella nostra redazione in carcere è diventato per noi di Ristretti Orizzonti un'eccezionale occasione di riscatto professionale. Valutare la qualità del giornalismo oggi è difficile: non siamo esperti di economia o di diritto internazionale, un articolo sulle politiche monetarie o sui conflitti armati potrebbe sembrarci dire cose sensate, anche quando così forse non è. Mentre la nostra esperienza di vita, spesso disastrosa, ci ha costretti a diventare sufficientemente esperti di giustizia e di carcere, che quando leggiamo un articolo di giornale o vediamo una trasmissione televisiva, riusciamo a cogliere ogni imprecisione, ogni errore, magari spesso fatto in buona fede, ma certamente riusciamo anche a trovare la malafede che a volte si nasconde tra le righe.
La cronaca nera e giudiziaria è fatta di persone: vittime e carnefici, familiari e parenti, forze dell'ordine, magistrati, avvocati e giornalisti. Sono le persone che chiamano altre persone in conferenza stampa e offrono racconti di persone che poi sono trasmesse ad altre persone. Sembrerebbe una "catena" di umanità perfetta. Solo che troppo spesso c'è un "anello" che viene spogliato della sua umanità, che smette di essere un uomo, trasformandosi in un racconto inumano.
Un normale lettore può conoscere attraverso i giornali e la televisione la cattiveria e la bruttezza di chi fa del male con reati di sangue o di chi infrange la legge con reati legati alla droga o in materia di immigrazione o contro il patrimonio, e se l'articolo offre la descrizione di un mostro, non ci sono motivi per non credere nella sua mostruosità. Ma qualsiasi "normale" detenuto durante la sua carcerazione deve convivere con tutti quelli che finiscono in galera - spesso si soffre e si piange insieme, a volte si gioca e si scherza insieme, per sopravvivere - scoprendo sempre che si tratta di persone. Certo qualcuno è stato capace di fare cose mostruose, perché noi esseri umani, tutti senza esclusioni, potremmo fare atti terribili, ma tutti siamo anche "altro", e oltre alla brutalità di un'azione rimaniamo sempre delle persone, siamo figli, padri, mariti, siamo uomini che hanno sbagliato.
Noi di Ristretti Orizzonti raccontiamo il carcere. Questo ci rende dei giornalisti particolari: usiamo la nostra esperienza diretta per fare un'informazione sul carcere che racconti tutto quello che i reati non raccontano. Non è facile, ma ci proviamo, mettendoci anche nei panni di chi legge per non dimenticare mai il punto di vista degli altri, di chi spesso è stato spaventato, di chi il reato l'ha subito, di chi ha paura. Questo metodo ci ha fatto crescere anche professionalmente, perché chi scrive mettendosi nei panni dell'altro, scrive sempre meglio di chi parla con la pancia e con l'odio.
Caro Valerio, l'incontro con voi giornalisti ci ha imposto di fare un ulteriore sforzo per raccontare quanto ci sia "dell'altro" nelle persone detenute oltre il loro reato, e che quell'ALTRO in realtà è la stessa fragile umanità che c'è in tutti voi. Molti di noi sono stati demoliti dagli articoli di qualcuno di voi. Ciò nonostante, ci siamo alzati in piedi di fronte a voi e abbiamo parlato della nostra storia e del nostro modo di informare e comunicare. Consapevoli che nulla si costruisce in un giorno, e che il nostro lavoro deve essere paziente, preciso, attento, responsabile, leggere le emozioni che questo incontro ha prodotto in te ci incoraggia e ci nutre della speranza che così come te, anche altri tuoi colleghi si siano portati dentro qualcosa di positivo dalle nostre storie, e dal nostro modo di fare giornalismo.
Elton Kalica
(Volontario nella Casa di reclusione di Padova)











