sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Roberto Bongiorni

Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2025

Ritratto intimo del “Mandela palestinese” attraverso gli occhi del figlio, tra sacrifici, resistenza e prospettive future. L’”ultima volta” per Arab Barghouti è un dolore freddo, un vetro spesso che divide. È un contatto mancato. Sono gli sguardi sospettosi dei secondini, le manette che segnano i polsi del padre Marwan, il leader più popolare tra i palestinesi. “Era la fine del 2020. Papà si trovava nel carcere israeliano di Hadareem, dove ha scontato 18 dei suoi 23 anni di detenzione. Come sempre ha chiesto di me, dei miei fratelli, degli amici. Di sé non ha parlato. Non si è lamentato. Poi mi ha salutato nel suo modo. Ha poggiato il palmo della mano sul vetro ed io ho poggiato la mia. Da allora non mi hanno più permesso di rivederlo”.

Arab Barghouti è un uomo di 34 anni, dai modi affabili, quasi timido. È l’ultimo dei quattro figli avuti della coppia Marwan, definito dai suoi sostenitori “il Mandela palestinese”, e Fadwa, la famosa attivista. Arab sa bene che, se mai avverrà, il prossimo scambio di prigionieri, in cambio della liberazione degli ostaggi israeliani in mano ad Hamas, potrebbe essere l’ultima occasione per riabbracciare quel padre da cui è stato diviso per 23 anni. Sa bene quanto il Governo israeliano lo consideri un terrorista con le mani sporche di sangue, l’ultimo detenuto da liberare, perché ridarebbe speranze ai palestinesi. Eppure si attacca alla speranza. “Mio padre diceva sempre che noi palestinesi non abbiamo il privilegio di essere senza speranza. Se perdiamo la speranza perdiamo tutto. Perdiamo le nostre case, la terra, il nostro onore, le nostre famiglie”. Oggi a 34 anni, una laurea all’Università di Birzeit (a Nord di Ramallah) in Finanza, un master negli Stati Uniti, Arab sembra proiettato a una potenziale carriera politica.

Il leader più popolare in Palestina - I palestinesi non hanno mai dimenticato Marwan Barghouti. È ancora il leader più popolare, per molti una figura quasi leggendaria. Fu arrestato nel 2002 durante la Seconda Intifada e condannato due anni dopo a cinque ergastoli. Le accuse riguardavano la responsabilità diretta o indiretta di cinque omicidi e diversi attentati attribuiti alle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, il braccio armato di Fatah a lui collegato. Barghouti, oggi 66 anni, rifiutò la difesa legale, dichiarandosi prigioniero politico. Contestò la legittimità del tribunale israeliano. “Mio padre affronta la detenzione con la stessa filosofia di sempre: convinzione e pazienza. Legge molto, scrive, pensa a come servire il suo popolo. Non si arrende”.

L’immagine più iconica di questo leader è la fotografia che lo ritrae durante un’udienza del 2002. Marwan alza le mani ammanettate verso il cielo, indossa la veste marrone dei prigionieri palestinesi, sul viso un sorriso accennato. Di chi promette di non arrendersi. “Mio padre è da oltre 50 anni un leader di Fatah. È un fervido sostenitore della democrazia. Ha sempre promosso l’unità palestinese. Il suo maggiore successo politico fu il documento dei prigionieri del 2006, firmato da tutte le fazioni palestinesi, anche Hamas e Jihad Islamica. Stabiliva lo Stato palestinese sui confini del 1967. Fu un grande compromesso”.

L’impegno per l’istruzione - Eppure Barghouti non è quel leader carismatico, inscalfibile. Dietro ogni leader c’è sempre un uomo. E la figura che emerge dalle parole del figlio è quasi una sorpresa. “Mio padre amava rifugiarsi nella nostra casa di campagna. Per stare insieme alla famiglia, prendersi cura dei suoi ulivi e della terra. È sempre stato interessato alle nostre vite e crede con fermezza nell’istruzione. La prigione di Hadareem, dove è stato per molti anni, era soprannominata “Hadareem University”. Mio padre ha un dottorato in scienze politiche e l’esperienza da docente all’Università di Gerusalemme. Ha introdotto corsi di alfabetizzazione, diplomi di scuola superiore, lauree triennali e master. Ha formato più di 450 prigionieri a livello triennale e quasi 200 a livello di master, seguendo il loro percorso, dando voto e facendo pervenire i diplomi tramite l’avvocato”.

Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. La strage compiuta da Hamas contro civili e militari israeliani ha stravolto l’intero Medio Oriente, lacerando la vita di palestinesi ed ebrei, ma soprattutto dei palestinesi detenuti in Israele. “Dopo quell’evento, Israele ha deciso di punire collettivamente tutti i prigionieri palestinesi. La detenzione di mio padre è diventata una vendetta politica”.

Dopo il 7 ottobre - Arab racconta come poco dopo il direttore della prigione di Ofer, dove si trovava, radunò tutti i prigionieri, chiese a suo padre di inginocchiarsi mettendo le mani dietro la schiena. “Voleva dimostrare che, se potevano umiliare il leader, umiliavano tutti. Papà rifiutò. Gli hanno slogato la spalla. Il 6 marzo 2024 tre o quattro guardie lo portarono in un’area senza telecamere e lo picchiarono fino a svenire per ore. Sei mesi dopo fu picchiato in modo ancor più brutale. Fu trasferito da una prigione. Senza contatti con il mondo esterno”. Arab confida ancora nella forza di suo padre, nonostante le ultime immagini abbiano fatto vedere una persona invecchiata, molto provata. Ricorda lo sciopero della fame “Libertà e Dignità”, guidato da lui. Era il 2017. Barghouti riuscì a coinvolgere oltre mille prigionieri palestinesi. Dopo 40 giorni Israele cedette su alcune richieste, ma non senza rivalersi sull’organizzatore. “Mio padre è forte, ma queste condizioni mirano a spezzare la volontà di qualsiasi persona. Anche per noi è molto difficile. Oggi le uniche notizie che abbiamo di nostro padre vengono dalle persone che hanno condiviso la prigione o che sono state liberate”. Alcuni prigionieri rimessi in libertà che hanno condiviso la prigionia con Barghouti hanno confermato al Sole 24 Ore le violenze fisiche e psicologiche a cui fu sottoposto.

Dalle parole del figlio emerge un uomo del tutto diverso rispetto all’immaginario collettivo. “Chi non lo conosce pensa che possa essere una persona che intimidisce, ma non è così. È una persona semplice, ascolta molto, fa domande piuttosto che dare ordini. È un progressista, sostiene il femminismo. Anziché scoraggiarlo, la detenzione ha rafforzato il suo impegno per la causa palestinese”.

Nel nome del padre, di quel suo padre amato ma non vissuto, Arab sembra intenzionato ora a rilanciare l’idea di un cambiamento sociale e politico. “Il futuro dipende dalla resistenza pacifica e dalla solidarietà internazionale. È fondamentale mantenere viva l’identità palestinese. Solo così si può sperare in un cambiamento reale e duraturo”. Quando si chiede della liberazione Arab riflette. “Come figlio, tutto quello che mi interessa è che venga liberato. Non mi interessa se diventerà il prossimo presidente o leader. Ma come palestinese, non sono orgoglioso delle nostre istituzioni. Il partito Fatah deve essere riformato. Se hai meno di 35 anni in Palestina, non hai mai votato”.

Una figura unificante - “Mio padre è una figura unificante. È disposto a fare di tutto per unire i palestinesi sotto un unico ombrello. Ha una visione politica in linea con la comunità internazionale: parla di soluzione a due Stati, coesistenza, non di distruggere Israele”. Se diversi politici israeliani hanno valutato o chiesto la sua liberazione, per l’estrema destra al potere Barghouti è il fumo negli occhi. “Vogliono o un burattino da controllare o un oppositore estremista da usare come scusa per non dialogare. Ma se lo liberassero, esiliandolo, per lui sarebbe una tragedia”. Prima di congedarci, Arab torna sul lato privato del padre. “È difficilissimo vederlo perdere la calma, scurirsi in volto. L’unica cosa che lo turba è se sente che fumo o che non mi alleno. Lui si allena ogni giorno da oltre 20 anni in prigione. Spero di poterlo stringere un giorno”. L’ultimo, vero abbraccio, prima di quel vetro spesso, risale al 2002.