sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuliano Foschini

La Repubblica, 11 giugno 2023

Uccisa dal caldo mentre lavorava per tre euro all’ora. Era una donna. Era una madre. Era italiana. Era anche una schiava e, come una schiava, è stata fatta morire. Eppure oggi, otto anni dopo, rischia di non avere una giustizia: un processo è già finito con un’assoluzione, un altro rischia di finire in prescrizione, probabilmente già in primo grado. Certamente in appello. Paola Clemente è la bracciante pugliese ammazzata dalla fatica il 13 luglio del 2015: raccoglieva per 3 euro all’ora acini d’uva a 160 chilometri da casa sua, lei di San Giorgio Jonico, il campo dove è morta ad Andria, sotto il sole a 40 gradi, quando ebbe un malore improvviso. Non stava bene dalla mattina, quando la portarono in ospedale era già troppo tardi. Paola lavorava per 3 euro all’ora eppure sulla carta era tutto in regola: in borsa il suo caporale le aveva messo una busta paga fittizia, in modo che in caso di controlli tutto sarebbe andato bene. E così era stato: Paola è morta, i suoi cari l’hanno pianta, il suo corpo era stato già seppellito.

Denunciare lo sfruttamento: un atto di coraggio - Fin quando però la cocciutaggine e la determinazione di suo marito, Stefano Arcuri, aveva fatto in modo che le cose non finissero come al solito: Stefano, con accanto la Cgil, avevano presentato una denuncia alla procura di Trani, il corpo della Clemente era stato esumato perché potesse essere svolta l’autopsia, un’inchiesta era stata aperta. Ma Paola, sin da subito, aveva dimostrato di essere speciale: davanti alla sua morte, così incredibile, eppure così incredibilmente banale in quel mondo lì, anche le sue colleghe avevano deciso di non stare zitte. Nonostante le minacce del presunto caporale, nonostante la certezza di non poter lavorare più, hanno deciso di sfilare davanti al magistrato per raccontare cosa era accaduto quel giorno. E soprattutto la modalità con le quali si svolgeva ogni giorno il loro lavoro. Hanno depositato l’elenco dei loro giorni di lavoro effettivi e quello, invece, che veniva denunciato all’Inps: meno della metà. Hanno portato le buste paga vere e quelle fasulle raccontando cosa è accaduto quel 13 luglio: “Paola non stava bene. Ha chiesto di tornare indietro ma tutti continuavano a ripetere che non era possibile perché dovevano accompagnare le altre donne per la giornata in campagna. Paola chiese di poter parlare con il marito per farsi venire a prendere. È troppo distante Andria da San Giorgio Jonico, è inutile, le fu detto, e le consigliarono di sedersi sotto un albero all’ombra così il malessere le sarebbe passato in fretta”.

Oltre al dolore l’impotenza verso una giustizia a rallentatore - Non passò. La storia di Paola Clemente è diventata un simbolo: la Flai Cgil, la Cgil Puglia con l’allora segretario Pino Gesmundo, hanno creduto che il sacrificio di Paola potesse diventare un monito. La nuova legge sul caporalato, la 199, nacque un anno dopo a lei è dedicata. “La legge di Paola” l’hanno chiamata. Eppure non è bastato. La morte della bracciante ha dato vita a due fascicoli: il primo, per omicidio colposo, a carico del proprietario dei campi dove Paola lavorava, è finito con un’assoluzione. “Aspetteremo di leggere le motivazioni e presenteremo appello” dice l’avvocato della famiglia, Giovanni Vinci. Il punto è però che anche il secondo fascicolo, quello ai presunti caporali, rischia di finire nel nulla. A quasi otto anni di distanza dai fatti si è ancora al dibattimento. “Procura e tribunale hanno dato un’accelerata ma è un reato che si prescrive in sette anni e mezzo - spiega l’avvocato - speriamo di farcela almeno per avere una sentenza di primo grado. Ma è difficile. Certamente in un eventuale appello sarà tutto prescritto”. Nel mezzo restano le parole del marito, Stefano (oggi ospite a Repubblica delle Idee insieme con l’ex presidente della Camera, l’onorevole Boldrini): “Nessuno potrà ridare vita a chi la vita l’ha persa per eccessivo lavoro, per eccessivo caldo, per sfinimento. Nessuno potrà toglierci il dolore. Ma abbiamo il dovere di dire ai nostri figli che un mondo diverso è possibile”. Non lo stiamo nemmeno facendo.