di Andrea Spinelli Barrile
Il Manifesto, 22 dicembre 2024
L’introduzione dei droni importati dalla Turchia ha portato a un aumento delle violenze nel conflitto più esteso del mondo. La guerra nel Sahel, area dell’Africa sahariana e subsahariana teatro negli ultimi 15 anni di quello che è diventato oggi il conflitto più esteso al mondo, è cambiata molto nell’anno che è appena trascorso. Da conflitto fatto di imboscate e ordigni improvvisati, di battaglie tra le tempeste di sabbia e attacchi ai convogli militari, insomma da guerra “alla vecchia maniera”, il conflitto nel Sahel nel 2024 si è velocemente trasformato in uno scontro in cui la tecnologia conta sempre di più, tracciando quella linea che divide la vittoria dalla sconfitta.
“O patria o morte, vinceremo!” dice il giovane generale Ibrahim Traorè alla televisione, brandendo il pugno e guardando in camera: le immagini di copertura lo mostrano intento a visitare un’unità di trasformazione del pomodoro appena inaugurata. Scende da un blindato verde, al suo fianco due uomini enormi, in mimetica e passamontagna, reggono due valigette: “Possa Dio garantire che il 2025 sia l’anno della vittoria finale sul nemico”.
Nell’ultimo anno, sottolinea il Conflict watchlist 2025 dell’organizzazione Armed conflict location and event data (Acled), la violenza nel Sahel è cresciuta molto, nonostante le muscolari promesse delle giunte militari al potere in Burkina Faso, Mali e Niger e le altrettanto muscolari prove di forza dei loro partner russi, sul campo per dare manforte proprio nella lotta al terrorismo.
In Burkina il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim, salafiti legati ad al-Qaeda) ha lanciato offensive su larga scala con uccisioni di massa non solo di soldati ma anche di Volontari per la difesa della patria, ausiliari civili dell’esercito spesso male, o per nulla, armati. Le vittime sono state centinaia: la forza dei jihadisti in Burkina Faso è abbastanza grande da avere implicazioni transnazionali anche nei vicini Benin e Togo, dove i gruppi islamisti trovano rifugio e dove hanno stabilito basi logistiche.
In Burkina, Jnim ha nel mirino proprio la giunta militare: ad agosto a Barsalogho c’è stato uno dei massacri più cruenti dell’ultimo decennio contro alcuni civili che erano stati cooptati dalle Forze armate per scavare trincee attorno al villaggio. I morti sono stati centinaia ma la cifra ufficiale non è mai stata diffusa. Nella rivendicazione dell’attacco Jnim lo ha scritto chiaramente: mobilitare i civili nella lotta contro i miliziani, una modalità imposta dal capo della giunta Traoré, li rende dei bersagli.
Non va meglio in Mali, dove i tuareg del Quadro strategico per la difesa del popolo dell’Azawad (Csp-Dpa) hanno unito le forze e riportato in auge le rivendicazioni separatiste delle regioni del nord, riconquistando prima il bastione di Kidal e poi dando alle Forze armate maliane, e soprattutto ai loro ausiliari russi del Wagner, la più pesante sconfitta da quando Wagner è arrivato in Africa, quasi dieci anni fa.
A Tinzaouatene, nel nord del Mali al confine con l’Algeria, a fine luglio i tuareg hanno sfruttato una tempesta di sabbia per lanciare un’offensiva diffusa, causando centinaia di vittime tra i militari e i contractor. Sconfitta resa ancor più bruciante dal fatto che a distanza di mesi i russi non sono ancora riusciti a recuperare i corpi di tutti i caduti in battaglia. Il 17 settembre, invece, i jihadisti del Jnim hanno attaccato la scuola della gendarmeria e l’aeroporto di Bamako: era da nove anni che la capitale maliana non veniva colpita dal terrorismo.
Scenari simili anche per la giunta militare in Niger, dove è attivo soprattutto lo Stato islamico nel Sahel, ufficialmente rivale del Jnim, ma con obiettivi comuni: il confine tra Niger e Mali è totalmente fuori dal controllo statale e il nord della regione nigerina di Dosso è controllato dallo Stato islamico, che si infiltra anche negli stati nigeriani di Kebbi e Sokoto, dove recluta personale di lingua hausa, i lakurawa.
Ma non c’è solo lo Stato islamico: in Niger i suoi rivali del Jnim sono attivi nell’area di Tillaberi e, anche qui, sconfinano sempre più spesso con operazioni di guerriglia e attacchi in Benin e Nigeria. Al nord, due mesi fa, Jnim ha effettuato il suo primo attacco nella regione di Agadez e, alla fine di ottobre, ha attaccato un posto di blocco nel quartiere Seno di Niamey, capitale del Paese.
Mentre i jihadisti sono alle porte di tutte e tre le capitali saheliane, le giunte militari al potere negano, mostrano i muscoli e cercano di fare i conti con la realtà sul campo, dove il conflitto si è evoluto, dicevamo, in senso tecnologico: tutte le parti in causa oggi fanno un ampio, e sempre più efficace, uso di droni. Li usano i Wagner, i pochi Africa Corps russi e le Forze armate di tutti e tre i Paesi del Sahel. Li usano i tuareg, le giunte militari sostengono siano addestrati da dronisti ucraini, e li usano anche i miliziani del Jnim e dello Stato islamico.
La guerriglia rudimentale e cruda si sta rapidamente trasformando in una guerra ad alta tecnologia, una guerra commerciale: l’uso di droni commerciali modificati per operazioni offensive da parte dei gruppi armati sta diventando più sofisticato e diffuso, un progresso tattico che, perfezionato, rappresenta un’estensione notevole della portata operativa. Sui cassoni dei pickup sempre più spesso accanto alla più classica mitragliatrice vengono montati i dispositivi Starlink.
Il fornitore di droni è principalmente uno: la Turchia. Primo venditore di droni all’Unione europea, Erdogan può vantare questo primato anche verso i Paesi del cosiddetto Sud-sud e gli stessi paesi saheliani hanno comprato centinaia di droni turchi. Sono economici, affidabili e negli ultimi mesi hanno già dimostrato la loro efficacia con uccisioni eccellenti.
Questo progresso comporta inevitabilmente cambiamenti sul campo: l’uso sempre più consistente di droni infatti sta portando i gruppi islamisti a stabilizzarsi sempre più a lungo nelle boscose zone di confine con i paesi costieri (Togo, Benin, Niger e Ghana in particolare, ma anche Costa d’Avorio), che sono sempre più preoccupati da questo carattere sempre più transaheliano del conflitto più grande del mondo. E, vista l’assenza di occhi nel cuore del Sahel, permette di condurre operazioni con maggiore discrezione. E maggiore violenza.










