di Karima Moual
La Repubblica, 19 agosto 2022
A San Severo, nel Foggiano: gli ospiti non trovano solo un tetto, ma imparano la lingua e scoprono come difendersi dagli abusi dei caporali.
Gli sguardi sono soprattutto fissi sulle proprie mani, per provare a ultimare un lavoro che sia possibilmente preciso. “I pomodori vanno seguiti e curati”. Pochissime parole escono dalla bocca di uno dei tanti braccianti, in un francese speziato dall’accento senegalese. Schiene abbassate, sguardi timidi, alle volte curiosi ma mai invadenti. Non sfugge che quel silenzio, o quel muro astratto retto da bocche cucite non per volontà ma per impotenza, in realtà copre numerose storie che hanno bisogno solo di giusti interpreti che possano ascoltare. E forse siamo già nel posto giusto.
Tra i campi agricoli del Foggiano, esattamente a San Severo, una piccola scintilla di ribellione al caporalato, portata avanti con coraggio da un piccolo gruppo di senegalesi, è diventata una casa per tanti africani e non solo, in cerca di diritti. Casa Sankara dunque, il luogo dove molti immigrati provano a usare questo ponte per emanciparsi dalla condizione di marginalità, che purtroppo ha le porte più larghe rispetto alla legalità. Chi ha diritto di restare e sperare in una vita migliore?
Tra le ultime battaglie sull’immigrazione, ce n’è una in particolare che emerge sempre con più forza in questi ultimi anni e che si manifesta con più violenza in questa ultima campagna elettorale, per voce della destra: la divisione tra i “rifugiati veri” e tutti gli altri, che verranno chiamati in maniera dispregiativa “clandestini”.
Anche volendo, in buona fede, provare a capire le ragioni di questa propaganda, riesce comunque difficile non percepire la rozzezza di questa semplificazione. Tanto più che - di fronte a un’umanità che rischia la vita per approdare in un posto che considera sicuro e migliore rispetto a quello che si è lasciato alle spalle - ci vuole un bel pelo sullo stomaco per setacciare un mondo di tragedie e miserie umane salvando una parte sola. Come se la siccità e la miseria della povertà non fossero una persecuzione e una ragione valida per scappare, quanto quella di chi viene perseguitato per le sue idee politiche, religiose o sessuali. Lo sa bene Faye che, grazie al suo lavoro, mantiene in Senegal sorelle, fratelli, moglie e figli, che oggi possono permettersi di andare all’università grazie al suo lavoro nei campi e a chi, a Casa Sankara, ha tutelato i suoi diritti. Perché, se l’immaginario e le leggi sono improntati male, la realtà sul campo - come sempre - è un’altra.
Anche questo, lo sanno molto bene gli operatori che si occupano di immigrazione e che in tutta Italia provano a dare un volto, un nome e una storia a chi arriva nel nostro Paese sperando in un nuovo inizio. Sono tanti, e tutti consapevoli che tutto si può fare, tranne semplificare un tema complicatissimo come quello dell’immigrazione. Per averne piena consapevolezza non c’è esperienza migliore di quella creata dall’associazione Casa Sankara, nata in difesa dei braccianti sfruttati dai caporali, ma finita poi ad accogliere una molteplicità di persone con le storie più disparate, e provenienti da diversi territori. Il successo di questa esperienza sta nel fatto stesso che, a tirare su questa struttura nata da volontari nel 2012, ci siano più anime, di stranieri e italiani, che mettono a frutto le loro esperienze a favore dell’ascolto, dell’inserimento e dell’emancipazione di tutti coloro che passano da qui, e in questi anni sono stati centinaia.
“Attualmente ospitiamo più di 400 persone di undici nazionalità differenti - spiega Mbaye Ndiaye, uno dei fondatori di Casa Sankara - . C’è chi arriva dal Ghana, chi da Mali, Senegal, Togo, Benin, Nigeria, Costa d’Avorio, Camerun, Guinea, e tutti hanno una storia triste alle spalle. Non è facile lasciarsi alle spalle il proprio mondo, ma lo si fa quando non si hanno altre alternative”.
Chi arriva qui, arriva con molte ferite. Non solo quelle visibili, come per esempio quelle inflitte dai carcerieri in Libia. Ce ne sono tante altre intime e più profonde. Non è un caso che qui venga messo a disposizione anche un servizio sanitario con uno psicologo. Maria Assunta La Donna, altro pilastro della Casa, la prima italiana che ancora universitaria ha dovuto “affrontare i pergiuduzi e la discriminazione di chi non mi voleva vedere in mezzo a tutti quei neri e non capiva perché volessi aiutare quelle persone straniere”, in questi anni non ha mai perso il suo sorriso, e nemmeno la sua battaglia. Continua infatti a essere l’interfaccia dell’associazione, a seguire minuziosamente, passo dopo passo, le storie di chi arriva, che lei incontra per prima allo sportello.
“Non sono pochi quelli che presentano problemi di salute a livello psicologico - spiega Assunta - perché hanno alle spalle esperienze terribili, e in più si trovano a vivere una doppia pressione. Perché c’è grande aspettativa nei loro riguardi nel Paese d’origine e da parte delle famiglie che lasciano in condizioni estreme. Depressione, insonnia, ansia, paura della sconfitta: tutti elementi che lo status d’instabilità dei loro documenti accentua”. Il presidente Papa Latyr Faye mostra orgoglioso le stanze dove s’insegna italiano ai ragazzi. “La lingua è la forza di tutti gli esseri umani, senza la quale si è mutilati di una parte importante delle proprie capacità. Proviamo a far capire a tutti che devono impegnarsi nel conoscerla, perché sarà anche la lingua italiana a liberarli e a consentire loro di emanciparsi una volta fuori di qui”.
Quel “qui” è fatto anche di 100 unità di prefabbricati. Ogni modulo all’interno ha 3-4 letti, un tavolo, due sedie, un frigo, corrente elettrica e acqua potabile. Ed è la salvezza per molti che fuggono dai ghetti, dai caporali e dalla criminalità organizzata, pronta a far leva su disperazione e miseria per arricchire la sua manovalanza.
Mohamed mi guarda dalla sua finestra, con il dito incerottato. Si è fatto male al lavoro. “Qui almeno mi sento protetto, se sto male non sono obbligato a lavorare. Ho un contratto e qualcuno che mi segue e spiega i miei diritti”. Jallow Bubacarr ha la faccia consumata dal sole, ma anche la vita consumata dai soprusi. Dal Gambia ha attraversato interi Stati per poi ritrovarsi in prigione in Libia, picchiato e maltrattato. “Quelle non erano persone, ma aguzzini”, spiega. Ma il suo incubo non finisce nemmeno quando rischia la vita attraversando il mare per arrivare in Italia. Nel Belpaese trova, per anni, il caporalato e lo sfruttamento. Solo sotto Casa Sankara riesce a rialzare la testa.
A Casa Sankara, che ospita 400 persone tra rifugiati, richiedenti asilo, chi è in Italia con la protezione umanitaria e chi invece è riuscito ad avere un permesso di soggiorno per lavoro, si può stare solo due anni, durante i quali, si cresce e impara a capire come funziona il mondo di fuori. Perché l’obiettivo del progetto è accompagnare gli ospiti a una vita indipendente, con una casa propria, un contratto di affitto. Il compito degli operatori dopo l’ascolto è mettere a posto i documenti di queste persone, poi metterli in contatto con gli imprenditori italiani come lavoratori. E infine, una volta che il rapporto si è consolidato, continuare a seguirli per aiutarli a conquistare un’altra fiducia, quella di chi poi li accetterà come affittuari. “Trovare una casa in affitto per molti immigrati non è semplice - spiega ancora Maria Assunta - nonostante si presentino con documenti in regola e contratto di lavoro. Ecco perché noi proviamo a fare da intermediari anche per questo passo successivo”.
Intanto mi viene aperta la porta di una sartoria inaugurata da poco. I tessuti sono quelli africani, coloratissimi. Sui manichini i vestiti hanno anche loro il taglio tipico dell’Africa subsahariana. A forza di lavorare solo nei campi della raccolta, si è dimenticato che forse a qualcuno piaceva fare altro. O ancora meglio: che qualcuno, nelle mani, custodiva altro. È bastata un’intuizione per dar vita a una vera e propria sartoria, che diventa così un’altra opportunità di lavoro. Come quella data proprio questo mese - mi spiega Faye - ad altri rifugiati, che hanno seguito un corso di formazione per guidare mulinetti e trattori. Dopo una giornata di lezione e un esame hanno ottenuto gli attestati di guida, e sono già stati inseriti con un contratto di lavoro in imprese agricole che avevano bisogno proprio della loro figura professionale. “Quest’estate abbiamo inserito anche un altro ragazzo come cuoco in un ristorante sulla costa pugliese - mi spiega ancora il presidente di Casa Sankara - mentre altri tre sono stati presi come camerieri”.
Il passo avanti infatti è provare a guardare gli immigrati sempre più in profondità, cercando di scoprire anche i loro talenti. E diversificando il loro inserimento, che non può e non deve esaurirsi solo nella raccolta nei campi.
Baye Diouf, del sindacato dei lavoratori africani, spiega con passione quanto sia semplice, ma allo stesso tempo complesso, togliere certe etichette ai lavoratori africani, e racconta la sua battaglia per aprire loro un mercato del lavoro più vasto possibile. “Tra gli uomini accolti qui in Casa Sankara, abbiamo scoperto che quattro erano tra i più importanti pescatori della costa africana. E pensare che qui in Italia figure come le loro sono ricercate. Ovviamente avranno bisogno di ulteriore formazione anche per quanto riguarda le modalità che si usano in Italia, ma intanto bisogna insistere sul fatto che abbiamo tra le mani una ricchezza che non approfondiamo, quando invece dovremmo”. Mentre mi lascio indietro le parole di Diouf, tra i pomodori emerge come un sogno un uomo con un vestito elegante lungo, di tipica fattura senegalese. Potrebbe avere trent’anni come sessanta. Improvvisa un canto accompagnato dal suono di uno strumento a me sconosciuto.
Sorride, e come una star cerca di conquistare un pubblico che non c’è. Lo lascio finire, lo fisso ancora negli occhi, e riconosco uno dei tanti braccianti intervistati tra i campi. Mbaye Ndiaye è divertito, mi dice sotto voce che quell’uomo è molto conosciuto in Senegal. A Dakar, suonava al Grande teatro. I suoi video sono su YouTube. Mentre si allontana elegantemente, soddisfatto della sua esibizione, una domanda mi tormenta: perché stava chino con la bocca chiusa a lavorare nei campi, anziché deliziare il pubblico italiano con la sua voce e il suono di quello strumento proveniente dall’Africa? Probabilmente perché non abbiamo ancora imparato a guardare negli occhi e più in profondità quella umanità di immigrati che abbiamo sul nostro territorio.










