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di Raffaele K. Salinari

Il Manifesto, 3 giugno 2022

Diritto Internazionale dei Minori. “Vittima” non è solo il bimbo ucciso, ma anche violato nella salute, nello studio e nella sua serenità. E c’è la nuova componente: il traffico di bambini. A Putin serve espandere l’area russofona e russofila in territorio ucraino ed i bambini orfani di guerra o orfani tout court rappresentano il mezzo migliore per farlo.

La guerra tra Russia ed Ucraina sta producendo fenomeni mostruosi e per certi versi tragicamente nuovi. Se le guerre infatti, da sempre, hanno delle costanti che le caratterizzano molto di più di ogni definizione sul piano del diritto internazionale, questa ha generato una aberrazione in più. Ora, per inquadrare il problema, dobbiamo dire che le prime vittime di un conflitto sono sempre i bambini. Nel corso della storia recente, diciamo dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi, abbiamo assistito ad un palese rovesciamento nei numeri tra vittime militari e civili.

Mentre sino alla Grande Guerra le prime erano prevalenti, già con la Seconda Guerra quelle civili sono divenute preponderanti e tra queste i bambini hanno progressivamente guadagnato le prime posizioni, specie nei cosiddetti conflitti asimmetrici, secondo una ben nota categoria introdotta già negli anni 60 del secolo scorso da Carl Schmitt. Ora, per il Diritto Internazionale dei Minori, la definizione di vittima non riguarda soltanto i bambini uccisi o feriti direttamente ma anche tutto quel vastissimo campo di violazione dei loro diritti fondamentali, quali la salute, lo studio e, più in generale, quello di avere una infanzia serena.

Tra le tante componenti che caratterizzano le guerre della modernità in rapporto alla violazione dei Diritti dell’Infanzia c’è il traffico di bambini. In ogni situazione bellica, infatti, si assiste oramai da molti anni, alla pratica sistematica del rapimento in massa di soggetti vulnerabili. Perché?

Qui entra in gioco quella che Foucault chiama biopolitica, e cioè il gioco della plusvalenza che si può ottenere dallo sfruttamento diretto della “nuda vita”. Rapire un bambino è, infatti, un grande affare: l’investimento iniziale è pressoché nullo mentre il profitto che se ne ricava è altissimo. Un bambino sottratto alla famiglia, o che non ne ha mai avuta una, è estremamente condizionabile ed i suoi usi sono molteplici: si va dai bambini soldato impiegati in tutti i conflitti asimmetrici, all’espianto di organi, alla prostituzione, all’utilizzo come corrieri per la droga e via enumerando.

Durante l’invasione dell’Iraq scomparirono migliaia di bambini dagli orfanotrofi, poi in minima parte ritrovati in varie parti del mondo come guerriglieri, o jokey per le corse clandestine dei cammelli nelle petromonarchie. Anche in situazioni per così dire normali, ci sono bambini costantemente minacciati di traffico: nella sola città di Mumbay ogni anno scompaiono più di centomila minori, spesso dalle strade in cui sono costretti a vivere per via dell’estrema povertà.

Ecco allora che quanto sta succedendo nelle zone dell’Ucraina controllate dalla Russia non è certo un fatto nuovo, anche se i media lo enfatizzano a giusta ragione. L’ukaze con il quale il Presidente Putin ha decretato la russificazione dei bambini delle zone controllate dall’esercito russo per farli diventare sudditi fedeli della Federazione, non è che un altro esempio della stessa macchina infernale che inghiotte l’infanzia in tante situazioni simili. Putin ha bisogno di espandere l’area russofona e russofila in territorio ucraino ed i bambini orfani di guerra o orfani tout court rappresentano il mezzo migliore per farlo. Dal campo riceviamo testimonianze di insegnanti che sono stati costretti a disfarsi dei propri libri di testo perché la storia andava riscritta in senso filo-russo.

Ma quello che più preoccupa è il salto di qualità di questa particolare situazione, che nasce in primis dalla corsia preferenziale che Putin ha dato alle adozioni dei bambini ucraini da parte di famiglie russofone. Il cuore del provvedimento, però, è il supposto giuramento che i minori dovrebbero compiere nei confronti della Russia o delle Repubbliche autonome da essa controllate. Ora, per il Diritto Internazionale dei Minori, la minore età non li renderebbe soggetti giuridicamente in grado di farlo.

E qui si apre un precedente inquietante: non è, infatti, il bambino che rende valido il giuramento ma è questo che, per così dire, imprime una accelerazione drammatica alla sua entrata nell’età legale, rendendolo, per ciò stesso, atto, ad esempio, ad essere coscritto nell’esercito. Ed è allora proprio il neonato istituto giuridico, per ora unico nel panorama globale delle violazioni che abbiamo descritto, a rappresentate il vulnus più profondo ed inaccettabile della vicenda.

Se, infatti, il Diritto all’Infanzia è quello principale al quale tutti gli altri si collegano come corollario, la sua manomissione attraverso l’introduzione di un dispositivo giuridico che, per così dire, sancisce legalmente un passaggio innaturale dall’infanzia all’età adulta, cancellando così per via legislativa il campo dell’infanzia, codifica una aberrazione sulla quale il Tribunale Internazionale dell’Aja dovrebbe agire per crimini contro l’infanzia.